I mille tormenti nell’«armata» dei pacifondai – di A.Cazzullo

11/04/2003




            LA MARCIA DI AVVICINAMENTO ALLA GIORNATA DI DOMANI
            I mille tormenti nell’«armata» dei pacifondai
            Agnoletto cambia slogan («Fermiamo la guerra… infinita»).
            Dal palco parleranno solo dei «non politici». E tra le ragioni spunta Khatami

            11/4/2003

            ROMA
            E adesso? Nessuno tocchi Khatami. «La guerra in Iraq non è una parentesi che si chiude. E’ parte integrante del modello neoliberista» dice Vittorio Agnoletto. E la festa di Baghdad, le statue abbattute, i marines nel bagno di Saddam, la guerra che sembra scemare nel saccheggio e nel regolamento di conti? «Appunto: la guerra non è finita, è proprio in questi momenti che può verificarsi la peggiore giustizia sommaria». Dunque si marcerà. Un anno fa la grande manifestazione in difesa dell’articolo 18 fu riconvertita in corsa in giornata contro il terrorismo. Ora basta aggiungere un aggettivo. Cambio di motto: «Fermiamo la guerra» diventa «fermiamo la guerra infinita», come da titolo del fortunato pamphlet di Giulietto Chiesa. Agnoletto: «Siamo contro le scelte del governo di Bush e contro la dittatura di Saddam». Ma Saddam c’è ancora? «L’Iraq non è pacificato, come non lo è l’Afghanistan». E se qualcuno dovesse sfilare con la bandiera americana che sventola a Baghdad? «Non opponiamo veti, ma se la bandiera stelle e strisce sarà portata in senso provocatorio, meglio lasciarla a casa. Piuttosto che i vessilli nazionali, meglio ancora la bandiera della pace». La marcia continua. L’arcobaleno resta alla finestra. Un milione i manifestanti attesi a Roma. «Un regime abietto è caduto – comunicano i No War -, i pacifisti lo condannano fin dai tempi in cui Saddam, alleato di chi oggi lo abbatte, sterminava i curdi e massacrava gli oppositori». Fioccano i suggerimenti. Berlusconi deplora che la sinistra non abbia gioito abbastanza. Intini: fate l’autocritica. Rutelli: i promotori tengano conto delle novità; la situazione nelle ultime ore è decisamente cambiata. In effetti. Non per questo scarseggiano gli obiettivi. Il comitato organizzatore ne elenca almeno nove: 1 Immediato cessate il fuoco in Iraq; 2 No all’allargamento del conflitto in Medio Oriente; 3 Ripristinare la legalità internazionale; 4 Difendere la Carta dell’Onu, quindi niente amministrazione militare degli aiuti; 5 Chiedere all’Europa di assumere come principio il ripudio della guerra; 6 Per la pace e la giustizia in Palestina; 7 Per il rispetto dell’articolo 11 violato dal governo; 8 Per un’economia di giustizia, contro la guerra della globalizzazione; 9 Per una politica di disarmo globale. «Non vogliamo i carabinieri in Iraq» sintetizza Paolo Cento detto Er Piotta. Il centrodestra non vuole la diretta Rai, il presidente della Vigilanza Petruccioli: «Fate almeno uno speciale». Aldo Morrione prepara la diretta fai-da-te: «Non avendo ovviamente mie telecamere, invierò alcuni giornalisti di Rainews24 con telecamere digitali e telefoni cellulari». Il partito della pace oscilla ma non sbanda. Cofferati tiene botta e si porta a Ivrea, al fianco del pacifista storico monsignor Bettazzi, e smentisce il Riformista: «Non è vero che Gino Strada è arrabbiato con me per la copresidenza di Aprile, anzi»; Emergency conferma: Sergio sfilerà sotto il nostro striscione. Pietro Ingrao e Oscar Luigi Scalfaro non hanno ovviamente cambiato idea: non è detto che il vincitore abbia ragione. Bertinotti festeggia il record di esponente dell’opposizione più presente in tv con un’intervista tv e un calembour: «La guerra all’Iraq è pressoché finita, ma non è finita la guerra». Diliberto: «Stanno abbattendo le statue del sindaco onorario di Detroit». Confermano l’adesione Arci, Cgil, Acli, sacerdoti, scout, no global, correntone Ds, comunisti delle varie confessioni, Verdi. E i sindaci, in prima fila Veltroni, che chiede e ottiene una modifica del percorso del corteo, per evitare l’ambasciata britannica a Porta Pia. Parole-chiave: Onu, Europa, intervento umanitario, ritiro dei marines, pace in Palestina, giù le mani da Damasco e Teheran, «Iraq agli iracheni» (Tom Benetollo, presidente Arci). Frena lo Sdi. Intini: «Dobbiamo ritornare a parlare il linguaggio degli Schroeder e dei Cook, non quello degli slogan di piazza». Berlusconi: «D’Alema non ha fatto un passo avanti, ha fatto un passo di tarantella». La macchina è ormai in moto, la mobilitazione prosegue, il sito Indymedia dà gli aggiornamenti: occupata l’aula magna dell’università La Sapienza di Roma; carico d’armi bloccato a Talamone; è possibile scaricare dalle risorse audio il rumore di sirene e bombe «per portare “shock and awe” nel tuo quartiere». Se il vento è girato lo si vedrà domani. Le immagini di Baghdad hanno ottenuto se non altro un effetto pacificatore: si è chiusa a sinistra la querelle che avrebbe sconcertato Ionesco se fosse preferibile una guerra breve o una guerra lunga. «Speriamo che finisca il primo possibile» taglia corto Epifani, che annuncia un primo maggio pacifista con Pezzotta Angeletti e i frati di Assisi. Si apre a destra una nuova fondamentale questione: i pacifisti sono felici o delusi? «Ero sicuro che sarebbero sfilati lo stesso» si amareggia La Russa, che però ha un piano per «rottamare la strumentalizzazione pacifista della sinistra: per ogni tre bandiere arcobaleno consegnate daremo in cambio un tricolore da esporre alle finestre, in sostegno ai nostri militari che parteciperanno alle missioni di peacekeeping in Iraq». L’on. Osvaldo Napoli: «I veri pacifisti siamo noi di Forza Italia». Armando Cossutta: «Fidel non si tocca». E gli oratori? Come si caveranno d’impaccio? I No War ne discuteranno stamattina. L’orientamento è di far leggere qualche frase a qualche outsider: lo studente, la donna, l’immigrato. Non al politico. Si annuncia un cartello con citazione di Tacito: «Hanno fatto un deserto e l’hanno chiamato pace». Ci sarà anche il gruppo dirigente dei Ds. «Sarà una manifestazione per la democrazia, per sostenere il processo di transizione democratica dell’Iraq» è il ragionamento di Fassino. Attesi per la Margherita Rosy Bindi e Realacci. Il centrodestra appare sinceramente preoccupato. «Che non sia un evento confinato nell’ambito del pregiudizio ideologico» si appella Martusciello. Giancarlo Galan, dalla 37° edizione del Vinitaly di Verona: «Coloro che manifestano violentemente e con odio contro gli Stati Uniti pensino che gli americani, dopo averci liberati dal nazismo, continuano a sacrificare i loro ragazzi per portare la libertà nel mondo». Il senatore leghista Vanzo: «Che sia una manifestazione di giubilo, non un giro nella capitale con il biglietto pagato». Non si fa illusioni Gianni Battistoni presidente dei commercianti di via Condotti: «Il corteo sarà una gita a Roma. Il risparmio dell’ingente costo potrebbe essere destinato ad aiuti e allo stesso tempo le vie del centro storico ne trarrebbero un gran vantaggio». L’appello umanitario non cade inascoltato: la Gazzetta ufficiale annuncia che la presidenza del Consiglio indice un bando di gara per appaltare «un servizio di noleggio di un aereo con allestimento Vip, per esigenze di voli di Stato e per ragioni umanitarie». Il ministro per le Riforme istituzionali Umberto Bossi comincia a tessere la tela internazionale del governo italiano ricevendo l’ambasciatore giapponese Nobuko Matsubara. Prime reazioni del Parlamento alla liberazione di Baghdad. A Montecitorio nasce un Gruppo trasversale di amicizia Italia-Iraq, «per contribuire alla stabilizzazione della pace e all’iniziativa di “nation building”» è scritto in un comunicato bipartisan e bilingue a firma del torinese Gianni Vernetti (Margherita) e del nobile Gian Paolo Landi di Chiavenna (An). A Palazzo Madama, informa l’agenzia AdnKronos, «viva protesta dei senatori per la gestione della buvette. Del Turco: verificare se possibile rescindere contratto».

            Aldo Cazzullo