«I miei 13 giorni al Palestine libero-prigioniero in Irak» do L.Maisano

10/04/2003



            Giovedí 10 Aprile 2003
            REPORTAGE- Il racconto del nostro inviato catturato a Bassora


            Con la resa finisce un incubo
            «I miei 13 giorni al Palestine libero-prigioniero in Irak»
            di LEONARDO MAISANO

            BAGHDAD – La libertà arriva a mezzogiorno, nel silenzio di Baghdad arresa. Arriva per noi giornalisti, arriva per la capitale del l’Irak dopo settimane di bombardamenti, dopo giorni di battaglia per le strade. All’alba, dall’Hotel Palestine, la "prigione" che ci ospita da tredici giorni, il cielo non ha più colonne di fumo, la contraerea tace, la mitraglia è ferma

            Qualche auto, qualche fotografo, uomini della polizia ormai in abiti civili. Tutto il resto è il frastuono del nulla. I simboli del potere iracheno si dissolvono, la presenza americana è ancora discreta, ma per gli uomini che controllano noi giornalisti, in arresto per aver violato le frontiere già travolte dai carri armati angloamericani, il cambio è già avvenuto. Ancora qualche istante di imbarazzo, poi il rompete-le-righe. Usciamo sul piazzale. Non ci ferma nessuno, ma per riavere le auto sarà un ultimo corpo a corpo con l’agente Mazen, interessato custode delle nostre cose. Alla fine cede, ma molto resterà a lui. Un vuoto di qualche ora, mentre le mille voci di Baghdad raccontano di sciacalli e rapinatori, di dimostrazioni nel quartiere sciita di Saddam City, di un’attesa ancora nel segno della paura. Poi alle 16.30, gli americani sbarcano nel piazzale degli hotel, entrano nel Palestine allineati dietro il tenente colonnello Brian McCoy, IV reggimento marines, che accetta l’omaggio di due bottiglie d’acqua offerte dal direttore Baad Abbas. Qualcuno tra la folla piange, nessuno applaude. La nostra prigione cambia gestore e la libertà fino a ora annusata si compie per tutti noi. Torniamo liberi dopo avere incrociato tutto l’Irak in guerra da Safwan a Bassora, da Bassora a Baghdad per una sosta mai richiesta. Una brutta avventura che ci ha fatto correre molti rischi, ma ha un pregio: ricordare a tutti noi che questa professione si fa in nome della verità. Semplicemente. Non capita spesso di trovarsi nella condizione di poter raccontare una verità ancora inedita, di vederla, di provarla. Accade a noi, questo ne è il diario assieme a quello della nostra prigionia. Dalla stanza dell’albergo si vedono le acque calme, appena increspate dello Shatt-el-Arab. Il sole si riflette sulle statue di soldati schierati sulle rive, con l’indice puntato alla penisola di Faw dove ci fu la battaglia che costò la vita a diecimila iracheni nella prima, atroce guerra del Golfo contro l’Iran. Un omaggio a quei caduti, per non dimenticare che la guerra è nella carne di questo Paese, di questa città. Anche nelle sale dell’hotel ci sono i segni della guerra, quella più recente, quella non ancora finita. Due ufficiali ci interrogano uno per uno, un debriefing incrociato su quanto abbiamo visto a Umm Qasr, sul passaggio della frontiera con il Kuwait, su tank schierati nell’Emirato. Non vogliono sapere le modalità del nostro arresto, si fidano di quanto raccolto alla sede del Baath dove eravamo stati portati subito dopo il fermo, in quel braccio di terra di nessuno, allora linea del fronte, tra l’ultimo carro inglese presidiato dal soldato Paddy (Lisburn, Irlanda del Nord) e la pattuglia irachena. Era stata una corsa verso Bassora per vedere una città che non era in mano alle forze angloamericane eccetto qualche metro oltre il ponte pieno di esplosivo. Ci avevano fermato e portato alla sede del Baath dove il vice del vice-gerarca locale ci aveva avvertito: in Irak si entra dalla porta principale, non da quella di servizio. Ovvero senza visto, anche in guerra siete clandestini perché Bassora, nonostante le rassicurazioni di Donald Rumsfeld e gli azzardati paragoni del generale Franks, non è Belfast. Il controllo – in quei giorni – era iracheno, i carri angloamericani stavano fuori, non nel centro come avviene in Ulster. La disinformazione è la grande vincitrice di questa guerra che nasconde la verità sia per volontà di Washington sia di Baghdad. Un collega di «al-Jazeera» ci aveva aiutato a comunicare con il vice del vice-gerarca, poi con il più simpatico vice-gerarca e anche con il capo, le mostrine da generale della Guardia repubblicana sul braccio. Parole inutili, eccoci in stato di fermo allo Sheraton. «Domani – dicono – sarete a Baghdad e da lì espulsi». I responsabili del «Giornale di Bassora» ci vogliono intervistare, ci mostrano le foto dello scempio di bombe e pezzi d’artiglieria, immagini atroci, come quelle di tutte le guerre: 53 morti a Five miles city, sei morti al mercato, 15 morti alla Southern Oil Company di Hal Tamim. Seduti attorno a tre scatole di tonno e fagioli nella notte spezzata solo dalle bombe ascoltiamo racconti di morte. Dormiamo vestiti, pronti a fuggire se scattasse la presa della città. Ma non accade. «Luciano riesce a far aspettare anche i carcerieri». Sono le 8 quando Vittorio Dell’Uva del «Mattino di Napoli» riporta il sorriso sulla bocca di tutti, scherzando sul ritardo di Luciano Gulli del «Giornale», ultimo a scendere. Si sale in auto e si parte. Un pick-up con due uomini della sicurezza apre il gruppo, dietro le nostre tre auto, tutte con un agente della sicurezza eccetto l’ultima, quella mia e di Francesco Battistini del «Corriere della Sera». In coda dal benzinaio dietro una spettacolare Chevrolet Vicking station wagon modello anni 50, rosso lacca, facciamo il pieno e poi lasciamo la città. L’emergenza sanitaria denunciata non si vede, l’acqua c’è, l’elettricità anche. Soprattutto non c’è segno della rivolta sciita annunciata. Quello che manca, invece, è il posto al camposanto. S’allarga il cimitero per far spazio a nuove tombe, scavano la terra giovani volontari. Mancano 540 chilometri a Baghdad e dopo il primo check-point iracheno lo scenario cambia. In direzione Nord-Est verso Amara non ci sono più trincee, né sacchi di sabbia agli angoli delle strade. Palmeti e povere coltivazioni prendono il sopravvento sui simboli della guerra. È la vita rurale che domina l’esistenza di chi, forse, nemmeno sa bene quanto stia accadendo. Più si sale, più riemerge la povertà di un’esistenza ai limiti della sopravvivenza. Sembra l’ultimo lembo a occidente dell’Uzbekistan, verso Moynak, dove il mare di Aral va scomparendo. Anche là come qui l’abuso delle acque e la mancanza di rotazione nelle coltivazioni lascia sul terreno una crosta bianca di sale e di resti di prodotti chimici. Solo le donne lavorano i campi, scavano con le mani fra pozze di liquame e portano le fascine in testa, chiuse nel nero di lunghi abiti e di uno chador sempre più comune quanto più ci si avvicina al confine iraniano. Al quarto check-point, ci saluta un Saddam Hussein con gli occhiali scuri, affrescato sulle mura di un’antica porta. Bassora è lontana, Baghdad anche e in mezzo non c’è niente, nemmeno un carro armato si scorge in lontananza. La guerra qui, lungo l’asse sud-orientale, non passa. Ad Amara restiamo in coda in quello che pare essere l’unico incrocio dell’Irak. Il traffico è congestionato da una coda infinita di auto dirette verso l’Iran. Scappano una volta di più dopo venticinque anni di fuga dalla guerra e due milioni di morti. Si fa presto a dire democrazia, concetto nobile, lontano secoli dalle immagini di questo viaggio, ma portare la democrazia con la guerra tra le piaghe di un’umanità derelitta è un’acrobazia della mente, un’impennata della volontà che continua ad apparire un incredibile azzardo. La consapevolezza di calpestare una terra opulenta non si legge tra le rughe delle contadine piegate sulla zappa. Si legge solo la miseria. Il ragionamento, qui, non può andare troppo oltre l’emergenza di ogni giorno. Al 190° chilometro vediamo il primo carro armato iracheno da quando abbiamo lasciato Bassora, ma solo a Kut, che sarà poi terreno di una grande battaglia, la pianura della Mesopotamia si apre a blindati con i cannoni rivolti verso l’Iran. I pick-up mimetizzati con il fango nascondono giovani miliziani, camion di frutta sono colmi di soldati. Teste pelate saltano su e giù dai mezzi scossi sulla strada rattoppata. Le uniformi cenciose, le scarpe bucate, un’armata che pare tornare dal fronte già sconfitta, non un esercito che si prepara per la battaglia finale. La loro ritirata è in realtà l’avanzata verso Baghdad dove arrivano sorridendo e dove saranno spazzati in poche ore. La capitale è vicina e verso la capitale corre anche la Toyota bianca davanti a noi. Sobbalza sulla strada e la bara, avvolta nella bandiera irachena, sembra scappare dal portapacchi. Arriverà in città con noi alle 15. Ci sequestrano tutto. Ci interrogano con garbo prima, con gentile fermezza poi. Via auto, personal computer, satellitari: non siamo in carcere, ma ospiti a pagamento del ministero degli Interni. Sono momenti di tensione e di sollievo per esserci ricongiunti ai colleghi, per essere divenuti, nostro malgrado, una notizia, avendo schivato l’oblio di un’improvvisa scomparsa nelle segrete del regime. S’era temuto anche questo, ma non è accaduto e la prima notte a Baghdad giunge come un sollievo. È una stretta morbida, ma ferma. Durerà 13 giorni, ma la speranza di quel sabato 29 è che sia solo questione di ore. Non ci basta l’esperienza di Frederick, Deni e Therry di Tf1, catturati una settimana prima di noi, cittadini di uno Stato risolutamente contrario alla guerra. Crediamo in una rapida soluzione, ma è il lamentoso Fares, interprete che ci è stato imposto, da allora soprannominato "zecca", ad avvertirci: «C’è uno scontro fra Interni e Informazione sulla gestione del vostro caso. Gli agenti sono arrabbiatissimi. Vogliono chiudervi in camera. Solo io ho ottenuto di farvi scendere anche nella hall».
            La mediazione del Vaticano
            Un servizio da remunerare in silenzio. Passiamo la giornata fra il letto e le poltrone del bar, in attesa di una parola del regime e di una notizia dai nostri colleghi «liberi» di vedere le schegge di una guerra che il sistema iracheno decide di svelare. L’unica occupazione, oltre agli appunti, è parlare, disegnare strategie per fughe impossibili o per mediazioni altrettanto improbabili. La via della Santa Sede è quella che pare più adeguata di tutte e così il nunzio Ferdinando Filoni diventa il nostro target. Cresce in tutti noi la frustrazione per l’ultimo atto di una guerra vista dalle sbarre di un albergo pulcioso, per le notizie raccolte, ma che ci è impossibile trasmettere. Essere entrati per primi nell’Irak liberato, averlo raccontato da Zubayr, Safwan, Bassora era stata una galoppata tragica ed entusiasmante. Essere ora al centro della storia senza carta e penna è un insopportabile contrappasso. Le sere passano nell’eterno bisticcio con i polli di Uday Hussein, il figlio di Saddam che, fra le mille cose che possiede, è anche proprietario del più grande allevamento di galline del Paese. Tutti i giorni, mezzodì e sera nelle derelitte cucine dell’Hotel Palestine, si mangia pollo. Arrostito il primo giorno, poi ripassato al curry, poi gli avanzi saltati al pomodoro, poi gli avanzi degli avanzi tinti d’arancione con il pallido ketch-up locale. Infine, anche le polpette, gesto estremo. Il pollo diventa protagonista del teatrino di cui siamo spettatori, il nostro appuntamento serale per una battuta in più. Gli altri attori sono figure tragicomiche che si agitano fra i corridoi di un hotel al centro di un mondo in bilico sul precipizio. Fares, la "zecca", ci asfissia con le sue ansie sulla severità delle nostre guardie. che per lui non hanno nome: «Non si sa – dice l’interprete – chi sono». Poi strizza l’occhio come dire: polizia segreta. Uno solo ha un’identità, anzi due: Abdullah, il più giovane, aspirante guardiano dal tratto effeminato. Per noi è Vanessa e con tutti o quasi ha parole di affetto eccessivo non richiesto. «Sembri Totti», dice a Francesco Battistini del «Corriere della Sera». Poi si rivolge a me con un «Ti amo» infine ammicca agli altri. Spione dalle passioni volubili, ci mancava solo quello. Gli altri della sicurezza non hanno voce, almeno fino a quando non si sente il rumore dei cingoli americani. Allora sotto i baffi appare qualche sorriso e i salamelecchi ci accompagnano ora più di prima al gesto tradizionale che vuole la mano portata sul cuore. Ma la morsa non si allenta. Telefonare è sempre un’avventura, uscire è impossibile. «Un piede oltre la soglia dell’hotel e si finisce in galera», avverte lo zelante Fares, mentre i colleghi Usa ci ricordano che due reporter statunitensi sono finiti in carcere sette giorni. «Dalle celle – dicono – sentivano le urla dei torturati». Ancora voci, dunque. Fantasmi di questa morbida prigionia, alquanto surreale. «Baghdad oggi – racconta un medico iracheno – è al centro di un pallone teso. Può esplodere da un momento all’altro. Basta una piccola puntura». Lo spillo s’avvicina, ma nel passaggio del sesto giorno di detenzione non è ancora in vista. Dall’Italia arrivano e precipitano i sussurri di una nostra imminente espulsione, ma lo scenario del rilascio si va sbriciolando, mentre cresce quello della liberazione. Due giornalisti inglesi e un australiano prima, uno francese poi, presi come noi, ma dopo di noi, ci confermano i movimenti americani. Sono vicini da tre fronti: Nord con la 101^, Ovest con la Terza divisione di fanteria, Sud-Ovest i marines. In questo scenario avviene l’incontro con il nunzio. Le sue parole rassicuranti per una mediazione vaticana ci fanno sperare, ma in tutti noi la percezione che sia troppo tardi cresce. Si combatte all’aeroporto, la strada per Amman è chiusa da un check-point americano, gli iracheni non potranno mai portarci in Giordania. Quella per Damasco è forse l’unica via aperta. Un sogno che muore nel pomeriggio del nono giorno al Palestine, quando gli aerei Usa bombardano la colonna di auto guidata dall’ambasciatore russo diretto in Siria. Non resta che Baghdad, dove le fiamme della battaglia si accendono. Sul terreno i colleghi trovano i segni di una battaglia feroce a Yarmuk, ma anche a Bela Diat, quartiere palestinese rasato con bombe a frammentazione. L’attacco scuote le certezze dell’apparato di polizia, partono caroselli di auto attorno all’Hotel Palestine. Sparano in aria, inneggiano a Saddam, ma nessun civile s’allinea alla festa. Il corteo di scioglie e cresce consapevolezza che il fronte si dissolva. La stretta Usa sulla città spinge Fares ad ammonirci ancora e ora ci ricorda che la vigilanza su di noi è ancora più opprimente. Dentro il Palestina, fra di noi, le congetture si moltiplicano. Frederick, montatore di «Tf1», un passato da sottoufficiale dell’esercito francese con missioni in Ciad e Libano pensa a una corsa nella notte verso l’ambasciata francese dove si narra ci siano reparti speciali di Parigi. Si scopre poi che Yves, l’ultimo francese bloccato dagli iracheni alle porte di Baghdad dopo una corsa solitaria dal Kuwait, ha un passato di frequentazioni con l’esercito sudafricano e un presente di esperto per il periodico militare «Raid». Si complica il nostro piccolo mondo sullo sfondo di un regime travolto da un improvviso tramonto. Le idee si affollano in testa dopo dieci giorni di incertezza e prigionia, le immagini della famiglia prendono il sopravvento nei cuori e nelle menti e si allungano sulla nebbia grigia di Baghdad. La foschia del fumo denso copre i tetti delle case. La battaglia non si vede ancora, la si può solo immaginare dal racconto dei rumori. Le mitraglie, le bombe, la contraerea, gli RTG, altri razzi, altri rumori incomprensibili come quella gigantesca catena che sembra sbattere per terra, anello dopo anello, ed essere poi tirata di colpo. Tre o quattro secondi di frastuono irreale che si distendono a semicerchio. Gli esperti dicono che sono le bombe all’uranio impoverito per perforare i bunker più profondi. Il muezzin canta in queste ore di avanzata in una Baghdad che precipita nella battaglia finale affondata nella nebbia. Pensiamo di andare a letto vestiti, poi la pigrizia ci prende e sprofondiamo nel sonno fino all’alba dell’undicesimo giorno quando la battaglia si scatena ancora più violenta sulla riva sinistra del Tigri a 800 metri da noi. Finalmente visibile. Prime immagini degli uomini della coalizione, dopo quelli lasciati alla periferia di Bassora. Li vediamo appena attraverso le sbarre della stanza 1306, 13° piano dell’Hotel Palestina. Per ore crepitano le armi della battaglia a terra, quasi un corpo a corpo attorno al palazzo presidenziale. S’alzano colonne di fumo sulla riva, i fedayn scappano, poi cade la reggia del presidente. È scompiglio fra le nostre guardie e in serata arriva l’ordine. «Presto ci saranno notizie per voi, giornalisti imprigionati, tenetevi pronti». Forse l’espulsione, forse il visto. Attendiamo, ma non succede nulla per una volta di più. Il giorno dopo ci accoglie sotto una scarica di bombe e di sangue. La morte questa volta piomba sulle ali di un proiettile di un carro armato Abrams. Lo guardavamo, lo aspettavamo, il tank a stelle e strisce, sul ponte della Repubblica come si guarda e si aspetta un salvatore. Anche Tarek e José e Tares forse lo scrutavano con la stessa ansia nostra: il proiettile, esploso contro l’Hotel Palestine, li ha centrati in pieno. Uccisi per sbaglio, con tante scuse del comando di Doha. Poi arriva il 13° giorno, per noi è la libertà. Per loro il camposanto.