I metalmeccanici spingono per lo sciopero generale

17/05/2007
    giovedì 17 maggio 2007

    Pagina 13 – Politica

    il caso
    Pensioni contratti e tesoretto

      I metalmeccanici spingono
      per lo sciopero generale

        Antonella Rampino

          ROMA
          Fosse per Giorgio Cremaschi, il leader della sinistra a sinistra anche della Fiom, lo sciopero generale Epifani avrebbe dovuto già dichiararlo, «o perlomeno minacciarlo, e invece lui nei colloqui con noi, come al direttivo di lunedì scorso, non lo esclude, ma poi aggiunge che bisogna dar tempo al governo, e così prende tempo pure per il sindacato». E per forza, verrebbe da dire: che ne sarebbe di Prodi con i lavoratori che gli urlano in piazza di rubare le pensioni come se a Palazzo Chigi invece di un governo amico ci fosse un Berlusconi?

          Ma il guaio è che su posizioni non diverse da quelle di Cremaschi c’è anche il gran capo della Fiom, Gianni Rinaldini, e che la visita di due giorni fa a Mirafiori ha fatto toccare con mano a Franco Giordano e Paolo Ferrero il malessere della base di Rifondazione. Il partito di Bertinotti sin qui aveva fatto fuoco e fiamme anche contro la gradualità riformatrice di Cesare Damiano con i suoi «scalini» (cioè l’età pensionabile aumentata col contagocce), sapendo che se però il sindacato avesse accettato, la riforma sarebbe diventata la loro posizione in Parlamento. Ma adesso dicono che mai e poi mai la voterebbero.

          «Non possiamo. I nostri non accettano di sentir parlare di pensioni se non per l’aumento delle minime e l’abolizione dello scalone, il malessere nella base è fortissimo, ed è contro il governo che non capisce le loro ragioni. Sa cosa mi ha detto un compagno di Torino che conosco da vent’anni? Se fate passare lo scalino, io non vado più a votare», dice Giovanni Russo Spena che a Mirafiori c’era. E a Mirafiori, quelli di Rifondazione (soprattutto Ferrero che è un ex operaio Fiat) si son sentiti rimproverare di occuparsi troppo di immigrati, e poco di operai.

          Il fatto, spiega Rinaldini «è che è evidente che la linea del governo non regge: vogliono lo scalino adesso, e la riforma dei coefficienti l’anno prossimo. Per cui, il rischio di sciopero generale è altissimo». Racconta Rinaldini che «stanno cercando di rifilarci un pacco già confezionato, com’è nello stile del governo, come hanno già fatto con la Finanziaria. E con gli operai che leggono sui giornali che adesso la produzione tira, che i conti pubblici sono a posto, che c’è un tesoretto da spartire…». Chissà se è solo un difetto di comunicazione. Di certo, «non possono mica pensare che ci suicidiamo», dice il segretario confederale Paolo Nerozzi.

          Lo sciopero del pubblico impiego è stato annunciato ieri, dopo lo stop-and-go di un rinnovo del contratto che prima sembrava firmato, poi era stato sconfessato dal governo, e così per due volte di seguito in pochi mesi.

          E poi: mobilitazione e astensione del lavoro a scacchiera, un po’ in tutte le fabbriche, Mirafiori venerdì, poi lo stato di agitazione alla Whirlpool, all’Ilva di Taranto, alla Marconi, alla Marcegaglia. E lo smacco di un’assemblea durissima dei pensionati, che son stati storica riserva di fedeltà ai governi. Ma al centro di tutto c’è «il fatto che la trattativa sulle pensioni non è mai veramente partita, mentre le proposte ci vengono annunciate sui giornali», accusa Marigia Maulucci, che della Cgil è una colomba, e tra le poche apertamente schierate con i riformisti del nascente Partito Democratico. Per non dire di Beniamino Lapadula, che sta anche lui col Pd, e dice chiaro e tondo che l’incertezza del governo su una materia così delicata per il consenso è speculare a quella del sindacato: «Abbiamo rinunciato a indicare le nostre priorità».

          Come puntare il dito contro Epifani, da parte del responsabile del centro studi di Cgil. Lapadula e Maulucci nella piattaforma previdenziale della Triplice, coerentemente con la loro posizione politica, avrebbero voluto inserire la revisione dei coefficienti pensionistici, che servono a rimettere in riga il debito pubblico. E che, fa sapere Maulucci, «sta scritta proprio nel programma dell’Unione».

          Ma col governo che sulle pensioni annuncia la trattativa ma non la fa partire, che margini di manovra hanno? Oltre all’esecutivo che in un anno sembra aver dilapidato il patrimonio di consenso sociale (ed è per questo che avran peso politico le amministrative), ci sono tutti gli smottamenti che provoca la lunga fase di transizione verso il Partito Democratico. E il sindacato si trova senza interlocutori. «Per carità, Fassino, Rutelli, Giordano ci han ricevuto, ci hanno anche detto che abbiamo ragione. Ma poi, invece di agire di conseguenza, razzolano male» scuote la testa Nerozzi.