I lavoratori «temporanei» sono 2,7 milioni

14/11/2007
    mercoledì 14 novembre 2007

      Pagina 13 – Economia & Lavoro

        I lavoratori «temporanei» sono 2,7 milioni

          Rispetto all’Europa, l’Italia ha un problema in più: un’enorme massa di occupati in nero

            di Roberto Rossi/ Roma

            TEMPORANEO Non c’è «un allarme» lavoro precario in Italia. Almeno non ufficialmente. Il dato, come ha spiegato ieri a Roma il ministro del Lavoro Cesare Damiano presentando la ricerca «Occupazione e forme di lavoro precario», è in linea con il resto dell’Europa. I “temporanei” nel nostro Paese (nel 2006) rappresentano circa l’11,8% degli occupati. In termini assoluti sono 2 milioni e 700 mila persone. Ma rispetto all’Europa, l’Italia ha un problema in più: un’enorme massa di occupati in nero. Oltre tre milioni e mezzo di lavoratori si trovano, infatti, nell’area del lavoro sommerso. Una cifra che nel Continente non ha eguali e che, anche se le aree della precarietà e del nero si intersecano, fa comunque lievitare le statistiche.

            Ma la dimensione quantitativa del fenomeno precariato – in crescita come nel resto d’Europa – non è il solo dei problemi. Ci sono altre criticità del lavoro temporaneo in Italia. Come la concentrazione in particolari categorie sociali (tra i collaboratori, nel settore agricolo e nel terziario, tra le donne, i laureati), la difficoltà del passaggio ad un lavoro permanente (più diffuso tra i dipendenti del Nord, nei settori dell’industria in senso stretto e delle costruzioni, tra i lavoratori di sesso maschile), l’uso distorto di alcuni strumenti che dovrebbero garantire un migliore passaggio dall’ingresso nel lavoro alla permanenza.

            In quest’ultima categoria rientra l’apprendistato. Se, secondo Damiano, «non è allarmante» che il 24,5% dei lavoratori dipendenti a termine non agricoli si trovano ancora in una situazione di flessibilità dopo 36 mesi, è invece «sorprendente» il fatto che il 36,2% di giovani con un contratto da apprendista dopo tre anni si trovano ancora in una situazione di lavoro a termine.

            «Nel protocollo del 23 luglio – spiega Damiano – c’è una delega per affrontare d’intesa con regioni e parti sociali l’argomento. Non è corretto utilizzare la forma dell’apprendistato per un contratto stagionale di tre mesi, così come per un periodo di 6 anni» che rappresenta la durata massima prevista per legge per questa fattispecie di contratti. Secondo il ministro, quella dell’apprendistato rappresenta «una forma di lavoro vitale che va ricondotta però alla sua filosofia originaria», ovvero quella di strumento «che mescola il lavoro con la formazione». Spesso, però, il contratto è usato solo in virtù della sua economicità attribuitagli dalla legge.

            La proposta di Damiano di aprire un tavolo sulla materia ha trovato d’accordo il ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero. Il quale si è detto intenzionato a ridurre a 3 anni la durata massima del contratto. Di riflesso, Confindustria, per bocca del direttore generale Maurizio Beretta, ha giudicato «incomprensibile» l’idea di intervenire per legge su una materia, affidata alle parti e alla contrattazione collettiva.

            Comunque, sul protocollo si terrà domani un vertice di maggioranza con i capigruppo dell’Unione alla Camera al quale parteciperà lo stesso Damiano. Sul tavolo i numerosi nodi del disegno di legge sul Welfare. Tra questi anche i lavori usuranti per i quali Damiano non intende fare aperture che incidano sullo stanziamento previsto di 3 miliardi.