I guerriglieri dell’hamburger di MICHELE SERRA, La Repubblica 15 ottobre 2000

La Repubblica 15 ottobre 2000

I guerriglieri dell’hamburger
Domani la giornata mondiale contro McDonald’s. Ieri le prime manifestazioni

di MICHELE SERRA


ANCHE i miei figli romperebbero volentieri le vetrine di McDonald’s (meglio ancora di Burghy, che non usa i cetrioli). Per rubare gli hamburger, loro cibo devozionale, e mangiarne a ufo. Quanto al roquefort tanto caro a José Bové, la sua aura fetente e le sue venature bluastre, da museo di mineralogia, commuovono me, ma ripugnano ai bambini. Hanno papille ancora da latte (fresco), detestano i sapori forti. Difendono, dunque, la loro biodiversità.
Questo per introdurre una questione veramente complicata. Così complicata che rischio di sbandare perfino nella sua enunciazione: e quanto alle soluzioni, neanche a parlarne. Beati voi, se ne avete almeno qualcuna a portata di mano.
Che cosa vuol dire globalizzazione, che cosa vuol dire essere contro la globalizzazione? Se il punto è (e lo è, direi) che un sistema imperiale mai visto prima per pervasività e velocità, quello dell’Occidente ricco, minaccia di cancellare dalla faccia della terra le differenze culturali, gli usi e i costumi, le tradizioni e i sapori, orientarsi è facile.

SI VADA tutti a Praga, a fare casino. A difendere le biodiversità. Ci basterà parlare male della globalizzazione e non già della mondializzazione per distinguerci dai nazi, dai leghisti, dai lefebvriani, e sentirci di sinistra. Viva la lana caprina.
Poi, a guardar meglio dentro il guazzabuglio, si perdono subito parecchie certezze. Biodiverso è il roquefort, il parmigiano, il peperone di Alba, il lardo di Colonnata. Biodiversi gli aborigeni australiani e americani, sradicati e lasciati a disseccare al sole del Capitale come colture improduttive. Biodiversi gli amazzonici che vedono morire sotto le (nostre) ruspe la (loro) foresta pluviale, e con essa corpo e spirito del loro popolo.
Biodiverso, però, non è forse anche Milosevic che preferisce i suoi vizi autoctoni e le sue fosse comuni alle nostre virtù d’esportazione, e spiega ai serbi che sono l’ultimo baluardo contro l’americanizzazione? Le piccole patrie ringhiose e xenofobe, che vogliono conservarsi vergini con i loro fottuti strudel, non possono a buon titolo appellarsi alla biodiversità? Non sono forse biodiversi i talebani, che le loro donne le vogliono massacrare in santa pace secondo le loro credenze religiose?
Non è biodiverso l’induista che si farebbe brucare anche le viscere vuote dalla vacca sacra, l’infibulatore africano, il pope fanatico, il villico appalachiano che spara ai canoisti di città, e tutti i custodi dei sacri tabù e delle sacre tradizioni che abbrunano il mondo di paura e ignoranza? E chi siamo, noi, per poter spiegare a tutta questa gente che si sbaglia, e si sbaglia di grosso, e che un qualunque obeso del Middle West o pettinatrice di Amburgo ha saputo stabilire con il mondo un più armonioso e migliore equilibrio?
Chi siamo noi, perché il mondo brami di rassomigliarci senza eccezione alcuna?
Poi. Visto che parliamo da qualche millennio lingue di derivazione indiana (sanscrita), mangiamo da qualche secolo soprattutto roba americana (patata, pomodoro, mais) o roba persiana (pesche, credo anche albicocche e ciliegie) e siamo, in particolare noi italiani, il frutto di un’ibridazione genetica e culturale praticamente babelica, con nonni ariani, semiti, etruschi, fenici, latini, goti: a partire da quale oscuro "incipit" possiamo far partire il nostro eventuale percorso di purezza identitaria? E se gli hamburger più famosi, tra cinquecento anni, fossero quelli di Napoli, e il Cabernet più apprezzato fosse quello cileno o sudafricano?
Tutto questo non per dire che la globalizzazione fa bene in quanto tale. Ha fatto anche malissimo, oppure ha fatto male e bene al tempo stesso, come quando gli inglesi costrinsero gli irlandesi a piantare solo patate e lasciar perdere tutto il resto, e per metà gli riempirono lo stomaco, per metà gli svuotarono il paesaggio agricolo e lo spirito. Dico solo che bisognerebbe provare anche a capire caso per caso, a ragionare cibo per cibo, emigrazione per emigrazione, risoluzione Onu per risoluzione Onu.
E’ molto probabile che proprio in questo scenario, quello della dialettica tra globale e locale, tra cosmopolismo e xenofobia, tra egualità e diversità, potrà riorganizzarsi finalmente in grande il pensiero politico, potranno ricollocarsi destra e sinistra, potranno riappassionarsi alle cose del mondo gli uomini e soprattutto i ragazzi, e rinascere sistemi di idee, e lotte entusiasmanti; ma proprio per questo sarebbe molto importante che ai sentimenti e alle simpatie/antipatie riuscissimo a sommare elementi di conoscenza, di razionalità e anche di dubbio.
Non mi basta nutrire istintiva simpatia per Bové e le sue capre, antipatia per Milosevic e i suoi sgherri. Né mi basta sognare per i miei figli una città nella quale potranno scegliere tra gli hamburger e il cus-cus, tra la pizza e il sushi (una città, dunque, non troppo diversa da quella in cui abitiamo adesso). Vorrei capire meglio come e quanto sia possibile, della globalizzazione e perfino della mondializzazione, scegliere i vantaggi, le possibilità, i miglioramenti, e combatterne la prepotenza, l’ appiattimento, l’imperialismo culturale.
Perché questo è uno di quei casi nei quali il cerchiobottismo è utile e consigliato. E il fanatismo altamente rischioso, perché minaccia di consegnarci un mondo di soli hamburger o di solo roquefort, dunque poco ibrido, poco contaminato, poco (bio) dinamico, poco aperto. Dunque più povero e stupido.