I grandi magazzini Coin al fondo Pai

29/03/2005
    sabato 26 marzo 2005

    pagina 29 – Economia

      FAMIGLIE
      E AZIENDE

        Dopo la quotazione in Borsa nel giugno 1999
        le strade dei fratelli Vittorio e Piergiorgio Coin
        si sono separate e Piergiorgio è uscito
        dal consiglio di amministrazione.
        Dopo tre anni di scontri a colpi di carte bollate, all’inizio del 2003, i due fratelli
        hanno siglato la pace in famiglia e passato
        il testimone alla terza generazione:
        Marta (figlia di Piergiorgio)
        e Piero (erede di Vittorio).
        Il gruppo, fondato nel 1916 a Venezia
        da Vittorio Coin, controlla 50 grandi magazzini
        a insegna Coin e 250 punti vendita Oviesse.

          I grandi magazzini Coin al fondo Pai

            La famiglia cederà il 63%, ma rientrerà nel capitale. Opa a 2,42 euro per azione

              MILANO – Dopo la Rinascente, ceduta alla cordata Borletti-Pirelli re-Deutsche bank, anche i grandi magazzini Coin, quotati a Piazza Affari, passano di mano. La firma è arrivata di venerdì santo, a Milano. La famiglia Coin cederà il 62,9% del capitale, custodito nella finanziaria FinCoin, a Canaletto Investimenti, società controllata indirettamente dai fondi di private equity Pai, per 2,17 euro ad azione, per un totale di 181 milioni. A operazione completata Pai lancerà un’Opa obbligatoria totalitaria a un prezzo di 2,41974 ad azione. I Coin non escono di scena: parte del ricavato della vendita servirà a ripianare il debito di FinCoin, «liberando» la quota di azioni ancora in pegno alle banche creditrici, parte verrà invece reinvestito per comprare il 45% di Canaletto. Con l’ambizione, già manifestata in passato, di rientrare in possesso del pacchetto di maggioranza di un gruppo risanato e rilanciato, quando Pai uscirà dal capitale.

              Il mercato si aspettava di più: giovedì (ieri la Borsa era chiusa per le festività pasquali) il titolo ha terminato la seduta a 2,554 euro, più del prezzo offerto per l’Opa. A questi prezzi l’esborso teorico è di 118 milioni in caso di adesioni totali, anche se Pai vorrebbe mantenere il gruppo in Piazza Affari. Il costo si aggiunge ai circa 300 milioni di indebitamento, che appesantiscono il bilancio della società veneziana, facendo salire il conto totale dell’operazione, che vede Jp Morgan e Vitale & Associati advisor finanziari di Coin e, sul fronte opposto, Crédit Suisse First Boston di Pai, intorno ai 600 milioni.

              Nel 2003 il gruppo ha chiuso con 196,4 milioni di perdite nette a fronte di 1,2 miliardi di ricavi. Per il 2004 (l’esercizio si è chiuso il 31 gennaio 2005), si attende ancora un risultato operativo in rosso, anche se in miglioramento. Ma le vendite non vanno bene, soprattutto nei 50 grandi magazzini a insegna Coin. Va meglio invece Oviesse, l’altra catena di 250 negozi di abbigliamento nel segmento medio basso. Pai, che in Francia controlla la catena di distribuzione Vivarte, adesso dovrà fare quei forti investimenti per il restyling dei grandi magazzini e le nuove aperture che la famiglia non era più in grado di sostenere. In tutto oggi i punti vendita sono 300 : 50 a insegna Coin e 250 Oviesse.

                «Grazie al potenziamento della compagine azionaria conseguente all’ingresso di Pai, il gruppo ritrova le condizioni per poter riprendere la propria crescita e rafforzare ulteriormente la posizione di leadership in Italia», ha dichiarato ieri Marta Coin, figlia di Piergiorgio, che ha preso il timone dell’azienda insieme al cugino Piero, figlio di Vittorio.

                L’ingresso di un partner di maggioranza con spalle finanziarie larghe e un nuovo management salva l’azienda, fondata nel 1916 da Vittorio Coin e sbarcata a Piazza Affari nel giugno 1999. Ad azzopparla è stata prima la lite tra Vittorio e Piergiorgio, con l’estromissione di quest’ultimo dall’azienda, poi l’acquisizione fallimentare di Kaufhalle in Germania nell’estate del 2000. In tre anni la catena tedesca, pagata zero lire ma con in cassa debiti per 126 milioni di marchi, è costata al gruppo circa 500 milioni di perdite nette. Per farvi fronte la famiglia ha venduto il patrimonio immobiliare e si è indebitata. Pi, lo scorso luglio, si è arresa e ha cominciato a trattare la vendita al miglior offerente.

                Giuliana Ferraino