I giovani «vittime della crisi» e quel gap nei mestieri artigiani

01/06/2010

Il mercato del lavoro è da cambiare. Ma anche la formazione
La frase («I giovani sono le vere vittime di questa crisi») non era prevista nella relazione stampata e distribuita ai partecipanti. Ma il governatore ha voluto inserirla e scandirla, guardando la platea, per dare maggiore forza a un passaggio importante delle sue Considerazioni finali e a un tema che aveva toccato anche negli anni scorsi. Il punto di partenza dell’analisi di Bankitalia è che la recessione «ha acuito il disagio dei giovani nel mercato del lavoro». Infatti nella fascia di età tra i 20 e i 34 anni la disoccupazione ha raggiunto il 13% nella media del 2009. La riduzione rispetto all’anno precedente della quota di occupati tra i giovani è stata sette volte quella osservata tra i più anziani.
Le cause sono chiare: la maggiore diffusione dei contratti di lavoro a termine (i primi a saltare) e la contrazione delle nuove assunzioni, stimata nel 20%. In più i salari di ingresso ristagnano in termini reali da quindici anni e a fronte di una ripresa lenta la tendenza sarà ad avere retribuzioni successive permanentemente più basse. Le differenze tra insider e outsider, che pur partivano da una base già larga, si stanno dunque progressivamente ampliando e rischiano di rendere strutturale quella che Pietro Ichino chiama «apartheid». A rendere ancora più evidente il doppio standard è il deficit di rappresentanza che affligge il mondo dei giovani, le loro istanze restano senza voce. Sindacati e partiti sono saldamente in mano agli insider. Anche tutte le riflessioni avviate in questi anni su una sorta di patto generazionale tra padri e figli che riequilibri tutele e potere negoziale sono rimasti finora lettera morta. Caso mai si è andati nella direzione opposta, rafforzando il welfare dei capi-famiglia.
Va dunque «completata la riforma del mercato del lavoro», come ha sostenuto Draghi, ma forse è maturo il tempo per aprire una riflessione su quello che per amor di semplicità potremmo definire «rivalutazione del lavoro manuale». C’è un evidente disallineamento tra i percorsi formativi che seguono i nostri studenti e le occasioni che fornisce il mondo del lavoro. Nel primo caso siamo davanti a una licealizzazione spinta, dall’altra a una richiesta da parte dell’industria e dell’artigianato di tecnici. Nei mesi scorsi l’Unione Industriali di Treviso era ricorsa addirittura alla pubblicità sui bus per stimolare le iscrizioni agli istituti tecnici e anche in provincia di Varese si era manifestata la richiesta (non corrisposta) di centinaia e centinaia di tecnici. Successivamente le associazioni che si occupano di mestieri d’arte avevano denunciato la difficoltà a trovare sostituti per i maestri in età da pensione.
Che fare? Innanzitutto andrebbe trovata una via d’uscita veloce per quei liceali (numerosi) che hanno capito di aver sbagliato corsia, un’uscita che eviti un proseguimento forzoso del ciclo di studi con il successivo approdo a una «laurea debole», presupposto per un impiego da «qualcosista». Ma insieme alla revisione del percorso formativo è necessaria una battaglia culturale che sradichi l’idea, presente in molte famiglie, che un lavoro manuale sia in ogni caso da evitare. I dati che vengono dal Veneto ci dicono che in queste settimane si cominciano a iscrivere ai corsi da badante e infermiere non più solo immigrati ma anche italiani. Evidentemente la recessione sta cambiando vecchie mentalità, ma si tratta di un processo che andrebbe agevolato e guidato evitando che quello che per i padri è buon senso alle orecchie dei figli suoni come inutile retorica.