I giovani si divisero: con i no global o con i sindacati?

06/10/2003





domenica 5 ottobre 2003

IL RACCONTO
Da una parte la pace, dall’altra le pensioni. «Sono due sinistre che non si parlano». «No, dobbiamo dialogare»

E i giovani si divisero: con i no global o con i sindacati?
Beppe, 25 anni: prima di tutto io sono un lavoratore

      ROMA – Il treno era in ritardo, le strade erano chiuse. Per quelli come Beppe e Francesca, la scelta è stata una questione di viabilità. «Io sarei andato ad entrambe le manifestazioni» dice lui. Alle strette, è andato a quella dei sindacati. Il percorso più facile, da stazione Termini a piazza del Popolo. Ma Beppe Cortese e Francesca Grispullo, mano nella mano, 25 e 23 anni, entrambi napoletani, lui operaio iscritto a Rifondazione, lei laureanda in Filosofia («Pronta per entrare nel grande mondo del precariato») fanno parte di quella «fascia grigia» di giovani che ieri si è trovata di fronte un dilemma. «Io prima di tutto sono un lavoratore – sostiene lui – e costretto a una scelta forse sarei andato comunque al corteo dei sindacati. Ho fatto il G8 di Genova, e la marcia per la pace di Firenze. Ma credo che ormai lo spontaneismo no global sia fine a se stesso». Di questi tempi, dice, l’ombrello dei sindacati ripara meglio.
      L’imbarazzo però c’era. Molti giovani l’hanno sentito, sia in coda al corteo dei no global che nell’altro. «Diciamo la verità – conclude Francesca -: c’è bisogno di un movimento solo. Una parte di qua e un’altra di là non vuol dire nulla».
      Su all’Eur blindato, stesi su un prato a vedere Disobbedienti e Carabinieri che ringhiano uno di fronte all’altro, ci sono Francesco Cosso e la sua fidanzata Loredana. Romani, e non napoletani. E’ l’unica differenza rispetto alla coppia che ha scelto i sindacati. Ha deciso lui, che a 25 anni si sente «lavoratore precario» e da poco si è avvicinato alla politica. Motivo: «Gente più varia, meno noiosa. Mi piace il linguaggio che usano, è diverso da quello dell’altra sinistra. Però stamattina ero ancora incerto. E’ stata una follia. Due manifestazioni per la stessa gente».
      Il metro e sessanta di Roberto Terni, 23 anni, è avvolto nella bandiera cubana. Dice che prima di seguire gli stendardi dei Disobbedienti ci ha pensato. «Mio padre non approverebbe, lui è un comunista ortodosso. La verità è che il nostro corteo non ha nulla a che fare con l’altro, e viceversa. Sono due sinistre diverse, che faticano a dialogare».
      Eppure, proprio un anno fa, a Firenze, sindacati (Cgil) e movimento avevano marciato insieme. Roberto si spazientisce: «Su un argomento come la pace, la coesione era più facile. E poi era tutto diverso. Dal movimento tutti hanno succhiato qualcosa, poi se ne sono andati. Oggi l’articolo no global interessa meno, questa è l’unica spiegazione per due cortei separati».
      L’imbarazzo scompare se la questione viene girata agli «adulti» della politica. Paolo Nerozzi, della segreteria Cgil, ieri ha fatto «l’ufficiale di collegamento», rappresentando il suo sindacato alla manifestazione dei no global. «Non è una questione generazionale, ma di contenuti. La nostra manifestazione aveva come vero collante il tema delle pensioni. Quella dei no global «batteva» sulla pace, come sempre. Sono due mondi diversi che devono assolutamente dialogare, anche se non sempre è facile». Ramon Mantovani, parlamentare di Rifondazione, alla fine del corteo dei no global dice cose simili: «Ci sarebbe piaciuta un’unica manifestazione, chiaro. Ma è più giusto dire che i due cortei in realtà si sono "attraversati"».
      Lo hanno fatto i politici, quelli che potevano passare attraverso i muri tirati su dalla polizia. Gli altri hanno dovuto scegliere. Fabio Bertoli, 28 anni, operaio modenese, è andato con i sindacati. «I lavoratori erano qui», dice sicuro. Poi si scusa e saluta. Ha appuntamento a metà strada con il suo compagno di fabbrica Lucio, che è arrivato e ripartirà in treno con lui. Ma che ha scelto l’altro corteo.
Marco Imarisio


Interni