I giovani italiani i più penalizzati:basse retribuzioni e carriera incerta

19/04/2010

ROMA Che l’Italia non fosse un Paese per giovani, c’erano già vari motivi di sospettarlo. Ma una semplice occhiata alle cifre brutalmente concrete delle buste paga non potrà che rafforzare questa convinzione. Le nuove generazioni del nostro Paese, i cui confini anagrafici arrivano inevitabilmente fino alla trentina inoltrata, appaiono doppiamente penalizzate dal cedolino dello stipendio. Da una parte, in confronto agli altri Paesi sviluppati, la forza lavoro qualificata accusa agli inizi della carriera uno scarto retributivo maggiore nei confronti dei colleghi più anziani. Dall’altra, i salari di ingresso sono oggi in termini reali più bassi di quelli delle generazioni precedente, in un contesto di scarsa mobilità sociale in cui il posizionamento anche economico dei figli riflette spesso quello dei padri.
Le retribuzioni sono in generale una materia da trattare con cautela, soprattutto quando si fanno comparazioni internazionali. Il livello complessivo dei redditi da noi è più basso di quello di altri Paesi, per tutte le fasce di età; ma con l’aiuto di una pubblicazione dell’Ocse,
Education at a glance, possiamo valutare la situazione retributiva dei giovani laureati, in Italia e all’estero, in rapporto a quella della totalità dei lavoratori con lo stesso titolo di studio. In questo modo il confronto specifico sui giovani non è viziato dalle disparità complessive. Dunque da noi un laureato tra i 25 e 34 anni arriva a stento all’80 per cento della retribuzione media dei laureati (di tutte le età); la media Ocse è del 90 per cento, valore intorno al quale si collocano Francia e Germania, mentre gli Stati Uniti sono al 93, la Spagna al 95 e la Gran Bretagna al 96. Insomma quel 20 per cento in meno, per il solo fatto di essere in una fase ancora iniziale della carriera lavorativa, segnala che la progressione per anzianità ha comunque un forte peso rispetto alle valutazioni meritocratiche.
Si può fare poi un confronto specifico su una categoria particolare di lavoratori qualificati, ossia i ricercatori (sia nel settore pubblico che in quello privato). In questo caso i dati vengono dalla Commissione europea e sono espressi in euro a parità di potere d’acquisto: le cifre cioè sono corrette per tener conto del diverso costo della vita nei vari Paesi e rendere quindi il confronto più omogeneo.
Bene, il ricercatore italiano con un’esperienza lavorativa compresa tra 0 e 4 anni guadagna circa 12.500 euro l’anno contro i 30.500 del collega francese ed i circa 24.000 di quello tedesco (prescindiamo per semplicità dalle differenze che pure esistono tra uomini e donne). In Spagna si arriva comunque vicino ai 17.000: per trovare compensi più bassi bisogna guardare ai Paesi dell’Est. Distanze notevolissime, che però si accorciano con il progredire della carriera. I ricercatori con più di 15 anni di esperienza hanno in media in Italia una retribuzione annua intorno ai 49.000 euro, leggermente superiore a quella degli spagnoli e pari a circa due terzi di quella di francesi e tedeschi (rispettivamente 73.000 e 77.000 euro). Lo scarto c’è ancora ma è minore di quello accusato a inizio carriera: con Francia e Germania, come abbiamo visto, il rapporto era di uno a due, o a due e mezzo. Ancora una volta, essere giovani da noi non paga.
C’è però un altro modo di guardare la questione. La recessione iniziata quasi due anni fa, e che dal punto di vista degli effetti sull’occupazione non si è ancora esaurita, ha colpito i giovani in modo particolare. Ma anche quando le cose andavano bene, il mercato del lavoro non era molto generoso con loro, in termini retributivi. Nel 2007 uno studio di due ricercatori della Banca d’Italia, Alfonso Rosolia e Roberto Torrini, esaminava il livello reale dei salari di ingresso italiani confrontandolo con quello dei primi anni Novanta: la riduzione appariva sensibile (tra l’8 e l’11 per cento) e soprattutto «non controbilanciata da una carriera e quindi da una crescita delle retribuzioni più rapida». Conclusione: «La perdita di reddito in termini reali nel confronto con le generazioni precedenti risulta in larga parte permanente».
Un altro studioso della Banca d’Italia, Sauro Mocetti, ha analizzato i redditi sotto il profilo della mobilità intergenerazionale: cioè per capire in che modo quelli dei figli fossero legati a quelli dei padri. Il risultato ancora una volta è poco incoraggiante: i genitori che guadagnano di più hanno una buona probabilità di “trasmettere” questo status ai figli, mentre per chi proviene da famiglie a basso reddito è particolarmente difficile risalire la china.