I forzati del pulito

21/12/2000

21 Dicembre 2000



I forzati del pulito
RICATTI Molti immigrati clandestini lavorano nei "servizi" di ospedali e università. Qualcuno ci muore, nessuno controlla
ANTONIO SCIOTTO

Uno è morto qualche giorno fa, inghiottito da una macchina per il lavaggio dei vestiti all’ospedale Careggi di Firenze. Lui, di origine cingalese, era "regolare", ma molti altri continuano a lavorare in nero, spesso senza permesso di soggiorno. Anche 12 ore al giorno, a pulire i nostri rifiuti. Lavorano per gli ospedali pubblici, per le Poste, per le università. Un esercito di cingalesi, indiani, albanesi, rumeni. Invisibili. Il meccanismo è semplice: le aziende pubbliche danno in appalto le pulizie a ditte o cooperative. Quello che chiedono, spesso, è risparmiare il più possibile. Il resto è un caos: molte imprese recuperano sui costi sfruttando masse di clandestini. Le aziende pubbliche escono di scena: hanno semplicemente terziarizzato i servizi, e possono lavarsene le mani.
La prima testimonianza viene da Milano, la città "regina delle pulizie", dove si concentra l’11% delle imprese italiane (4.000 sulle 30.000 esistenti). "Un ragazzo rumeno – dice Gianfranco Besenzoni (Filcams Cgil) – ha lavorato per vari mesi, l’anno scorso, senza permesso di soggiorno per una ditta, la Multiservice, che aveva in appalto i lavori di pulizie al Palalido di Milano. La committente è la Milano Sport spa, di proprietà, per oltre il 90%, del Comune. La Multiservice gli aveva promesso 12.000 lire l’ora, ma alla fine lo pagava soltanto 5.000. Lavorava in media 10 ore al giorno, a volte anche 16, 7 giorni su 7, 30 giorni al mese".
Lavoro nero e irregolare all’interno di appalti pubblici, quindi. E non è finita. "Il ragazzo – continua Besenzoni – prendeva i soldi per sé e per altri due colleghi nelle sue stesse condizioni. Solo lui vedeva i suoi datori di lavoro. Una volta è caduto da una impalcatura, si è fatto male, e naturalmente ha perso subito il lavoro. Ha potuto denunciare l’accaduto solo quando ha ottenuto il permesso di soggiorno. Ma ci sono tanti altri clandestini come lui che oggi non possono denunciare lo sfruttamento, perché verrebbero espulsi".
Ora il rumeno ha un lavoro regolare. E’ stato "fortunato". Chi non ce l’ha fatta è un ragazzo cingalese, di 25 anni, che è morto, come dicevamo all’inizio, qualche giorno fa all’ospedale fiorentino di Careggi. Stava pulendo una grossa macchina utilizzata per il lavaggio dei vestiti. Era dipendente della cooperativa Se Gema Global Service, che a sua volta lavora per la società Soft, gestore delle lavanderie dell’ospedale e proprietà, per una piccola parte, dell’ospedale stesso. "Questo ragazzo – dice Alessandra Salvato (Filcams) – non aveva mai fatto un corso per conoscere i macchinari che puliva quotidianamente. E come lui, molti operai non vengono informati sui prodotti che usano, spesso velenosi, o sui pericoli che corrono maneggiando i vestiti che vengono dai reparti infettivi e dalle sale operatorie. Ci sono stati casi di contagio di scabbia e tubercolosi, recentemente".
Ancora strutture pubbliche, quindi. "Ci sono tantissimi lavoratori in nero e senza permesso di soggiorno in questo settore – conclude la Salvato – come alcune lavoratrici albanesi di una ditta di Pistoia, che facevano le pulizie all’Università di Firenze. Molti indiani in nero lavoravano per la Delfino, una cooperativa romana che serviva l’ospedale Careggi. Ogni operaio costa 27.000 lire, molte aziende si aggiudicano gli appalti a 18-19.000 lire per operaio. E’ chiaro che poi cercano di risparmiare su tutto". Ma gli ispettori del lavoro, ce lo mettono mai il naso in questi appalti?