I due «paletti» di Confindustria per siglare l’accordo sul welfare

08/11/2001






RETROSCENA

I due «paletti» di Confindustria per siglare l’accordo sul welfare

      ROMA – In Confindustria nessuno pensa di spuntarla sulle pensioni, anche se nei giorni scorsi il governo si è preoccupato di rassicurare il presidente dell’organizzazione, Antonio D’Amato (ricevuto due giorni fa a Palazzo Chigi). L’esecutivo si farà dare dal Parlamento la delega per la riforma, come richiesto dagli industriali. Ma il documento conterrà solo principi generali, del tipo: aumentare il peso della previdenza integrativa, liberalizzare l’età pensionabile e così via. Niente interventi definiti, insomma: il governo vuole evitare la rottura con tutti i sindacati. Il nodo decisivo resta, naturalmente, lo «sblocco» del Tfr (trattamento di fine lavoro). La proposta messa a punto dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti (un terzo della liquidazione in busta paga, due terzi ai fondi complementari) può essere una base di partenza. Ma, come si legge nella lettera inviata ieri dalle organizzazioni di categoria, nessuno vuole «regalare» il Tfr. Gli industriali, in particolare, chiedono pesanti contropartite. Quali? Visto che la «riforma strutturale» della previdenza non sembra praticabile (almeno per ora), Confindustria ha elaborato una strategia di riserva, che, stando alle indiscrezioni, ruota su due richieste. La prima: la revisione radicale del sistema contrattuale. L’obiettivo è aprire la strada alla «differenziazione dei salari» tra Nord e Sud, senza prevedere per altro «rigide gabbie» per le retribuzioni. Il meccanismo è quello descritto nel «Libro bianco» del ministro Maroni: ridurre la parte di stipendio fissata con il contratto nazionale, lasciando più spazio al negoziato aziendale e territoriale. La seconda istanza, finora mai esplicitata al tavolo delle trattative, riguarda le procedure di licenziamento per giusta causa, cioè l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Gli industriali vorrebbero sostituire l’obbligo di reintegro disposto dal giudice con un indennizzo corrisposto al dipendente. Questa regola dovrebbe valere solo per i nuovi assunti. Il problema, però, è che il documento di Maroni non prevede affatto questa ipotesi (respinta in toto dai sindacati), limitandosi, invece, ad accennare alla «sperimentazione» di collegi arbitrali per dirimere i casi di licenziamento dubbi.
      Ma D’Amato sta intensificando le pressioni sul governo. Gli industriali si sentono in credito. Nelle scorse settimane hanno sostanzialmente promosso in pubblico una Finanziaria considerata, nei discorsi privati, alquanto «deludente», poiché non ci sono né interventi «strutturali» a favore della competitività, né, più semplicemente, particolari risorse per le imprese. Ora, quindi, Confindustria chiede una svolta. Compito non facile per il governo.
Giuseppe Sarcina


Economia