«I ds devono decidersi»

11/07/2002

11 luglio 2002



«I ds devono decidersi»
I dirigenti della Cgil commentano l’ultima intervista di Fassino
Ma capiscono? «I Ds non si rendono conto che è in gioco «lo snaturamento della rappresentanza sociale, o hanno un’altra analisi?»


CARLA CASALINI


Non conoscono ancora con precisione l’esito dell’incontro di Roma con i vertici dei Ds, ma i segretari della Cgil in giro per l’Italia, impegnati in scioperi e riunioni, hanno letto l’intervista di Piero Fassino sulla
Repubblica, e la prima reazione è unanime, quasi le stesse parole: «Ma i dirigenti Ds lo capiscono, quel che sta succedendo?». In gioco c’è lo snaturamento della rappresentanza sociale, uno stravolgimento del sistema sociale, della dialettica politica, che attenta alla democrazia. Il segretario generale della Fiom Gianni Rinaldini va al punto, «tralasciati i ragionamenti incomprensibili di Fassino , come quello sulle recenti elezioni, il cumulo di banalità e sciocchezze», la questione è che «ancora una volta pare evidente la difficoltà a capire nel merito quel che sta succedendo». C’è una situazione del tutto nuova, prodotta dall’iniziativa della Cisl e della Uil, c’è «un accordo separato, un accordo complessivo che ispira anche il Dpef e ci mette di fronte al fatto che le altre organizzazioni sindacali sono di fatto cooptate nel programma di governo». Attraverso il Patto, «l’art.18» sta passando un’ipotesi precisa: lo snaturamento della rappresentanza sindacale, «con i sindacati che si configurano sempre più come certificatori di servizi, negli `enti bilaterali’, ad assolvere compiti di altri, funzioni statali, invece di essere controparte a difesa dei lavoratori».

E’ in questione «l’intera «rappresentanza sociale», insiste Rinaldini, «il problema non è essere schiacciati o meno sul sindacato, è non capire nel merito: il `fatto nuovo’ prodotto immette la questione pregnante del lavoro e dell’assetto sociale del paese nella politica, e di fronte alla sinistra». Precisa il segretario Cgil dell’Emilia Romagna Danilo Barbi, il passaggio di Fassino «su Cisl e Uil», sull’«Ulivo che vuole offrire il terreno di ricomposizione sindacale». O è un discorso astratto, «l’unità sindacale», o «non si vogliono fare i conti con una scelta fatta, e con le conseguenze gravi, che saranno inevitabili».

Basti l’esempio del Dpef, «assunto da Cisl e Uil prima ancora che venisse fatto», per dare il senso del Patto: «è un accordo politico sulle scelte complessive del governo», rimarca Barbi. E allora i Ds non si preoccupino: «Se quel Patto tiene non c’è possibilità di unità sindacale, se si vuole l’unità bisogna farlo saltare». Concorda sul punto il segretario della Fiom toscana Enzo Masini: «non c’è logica in quel che sostiene Fassino». Poi si preoccupa, perché questa versione Ds dell’«unità sindacale» in questo momento cela un dipiù: «un problema di merito», «una differenza di analisi che non viene esplicitata su tutta la politica economica e sociale del governo». Da cui «il rischio di una lacerazione profonda tra il mondo del lavoro e la dirigenza dei Ds, se continuano su questa strada».

L’articolazione del discorso dei dirigenti sindacali è straordinariamente comune: anche il segretario Cgil di Napoli Michele Gravano, approda alla «non chiarezza sul merito» dei ds, alla risposta «deludente, sbagliata, che logora la credibilità di un gruppo dirigente nei confronti del mondo del lavoro». Poi sbotta: «E poi danno a noi la responsabilità della rottura?».

Il segretario del Molise Petraroia si chiede«. Ma non compete alla politica, alle forze di sinistra immaginare un modello sociale che contrasti questo sconquasso, che è prodotto in tutta Europa dall’accelerazione della competitività capitalistica….». Se questa è la posta in gioco, «o Berlusconi troverà in parlamento forze che, per mantenere aperto un canale con settori come cooperative, artigiani, commercianti, Cisl e Uil, che hanno firmato il Patto, voteranno a favore dei suoi provvedimenti, o contro: non ci sono altri margini».

Icastica, Susanna Camusso, segretaria della Cgil lombarda: «Ciò che mi colpisce di più è questa assenza di autonomia della politica: una politica che non si rende conto che essa deve dire cosa pensa del Dpef, invece di avere paura che una discussione complicata nel sindacato e una rottura, che c’è già stata, possa condizionarla». E il segretario della Puglia Mimmo Pantaleo: «Il Patto separato è parte integrante del Dpef che il centrosinistra si torva di fronte in parlamente: che dirà, che va bene lo stesso? Insomma i Ds oggi devono decidersi, devono dire chiaramente da che parte stanno».