I distributori del latte:«A rischio 700 lavoratori»

28/01/2004





mercoledì 28 gennaio 2004

LA PROTESTA

I distributori del latte:
«Per quei conti fasulli
a rischio 700 lavoratori»



DA UNO DEI NOSTRI INVIATI


PARMA – Col latte alla gola. Ma potrebbe essere anche lo yogurt, l’acqua minerale, o i succhi di frutta. Insomma, i prodotti Parmalat. Che, nonostante le sciagure del Gruppo di Collecchio, tirano ancora, se si tiene conto dei contraccolpi d’immagine subìti. A rischio affogo, per crisi di liquidità, invece, sono gli addetti alla rete di distribuzione. In altre parole, i dipendenti delle concessionarie: 700 persone che lavorano per 33 società, controllate di fatto dalla famiglia Tanzi, e che potrebbero perdere il posto.
Ormai non è più un mistero che il «denaro surplus», attraverso il meccanismo della «doppia contabilità» arrivava a destinazione proprio con il giro delle concessionarie. «Noi abbiamo sempre fatto le cose per bene, i conti sono trasparenti», protesta Nicoletta S., l’unica, grintosissima, donna alla guida di una delle 33 strutture di distribuzione di prodotti Parmalat in esclusiva. «Se ci sono colpe, non sono nostre. Il fatto è che i soldi che ci spettano non arrivano più. Mamma Parmalat ha chiuso i rubinetti. Già vuoti. Come faremo a pagare gli stipendi? E i nostri fornitori? Andrà a finire che dovremo chiudere la baracca», dice.
Tra rabbia, e voglia di reagire, i rappresentanti del settore si sono dati appuntamento (sotto l’ala sindacale della Fisascat-Cisl) in un hotel di Parma per approntare il piano di battaglia. Sala affollata: ci sono un centinaio di capi alla guida di società controllate (60 per cento del fatturato), e di società private. Questi ultimi, almeno in teoria, possono distribuire prodotti di altre aziende. I primi, invece, sono legati a doppio filo ai destini Parmalat.
«Magari», ironizzano. «Se noi fossimo dipendenti del Gruppo, almeno saremmo sul carro del commissario Bondi. Invece no. Siamo fuori dalla Parmalat spa». Come sarebbe? Sarebbe che la catena delle 33 fa capo alla società «Sata srl», posseduta dai fratelli Tanzi: Calisto (58%), Giovanni (25), Anna Maria (10); e per il 7% da Agis. L’amministratore unico risulta essere Fausto Tonna. Attualmente rinchiuso nel carcere della Burla. Dunque, la società è decapitata. Di più: il terzetto di dirigenti Parmalat cui facevano riferimento le controllate, naviga in cattive acque: uno è già stato «sospeso», cioè è fuori azienda, gli altri sono in bilico. Nel frattempo, Bondi ha nominato un nuovo manager, Francesco Ippolito.
L’assemblea, compatta, chiede che una delegazione incontri la nuova dirigenza per approfondire le tematiche «finanziarie, organizzative, occupazionali». Angelo Peracchi, delegato Cisl Parmalat, promette appoggio dall’interno. Ma i tempi stringono, è c’è timore di drastiche ristrutturazioni. I sintomi della grave crisi sono realtà. «Le linee di credito per noi si sono chiuse – racconta la signora Spina -. Finanziariamente, il marchio Parmalat oggi non vale più nulla. Risultato? Dobbiamo pagare tutto e subito: l’impresa di pulizie, il meccanico, l’assicurazione… Con quali quattrini?».

Marisa Fumagalli


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