I diritti di chi lavora

24/05/2010

“Abbiamo la sorte di tenere assieme due ricorrenze. I 40 anni dello Statuto dei lavoratori e l’anniversario della barbara uccisione di Massimo D’Antona. Le due cose sono molto più vicine di quello che sembra. D’Antona è stato un giurista che si è mosso sempre nell’ambito dei valori che lo Statuto ci ha consegnato. D’Antona diceva che c’è un nucleo di diritti fondamentali che devono essere resi universali e che fanno capo alle persone che individuano nel lavoro un punto di vista valoriale della loro vita. È il cuore dei problemi, lo stesso che oggi viene messo in discussione ”Guglielmo Epifani, segretario generale della CGIL, ha così collegato le due ricorrenze in un convegno svoltosi nei giorni scorsi alla provincia di Roma. “Lo Statuto – ha detto poi Epifani – nasce dalla Costituzione, anche se è vero che l’idea fu di Di Vittorio. Anche nel nome, lo Statuto è complementare alla Costituzione, è una Carta fondativa. E quando si parla di lavoratori si dice persone. Quindi non si può parlare di Statuto dei lavori. Non è un errore di parole. Ma di contenuto, semantico. I diritti devono appartenere alla persona che lavora. Non a tipologie astratte e rapporti formali”. “Oggi – ha detto ancora Epifani – non si dovrebbe ricordare lo Statuto dicendo che si deve mettere da parte. Non stiamo ricordando un caro estinto. È una cosa che è stata importante e che deve continuare ad essere importante. Anche con le riforme e gli adattamenti che servono. Basti pensare al fenomeno della precarietà o alle fratture generazionali o alla separazione tra settori e aziende. Trovare quindi la modalità intelligente per estendere i diritti. Questa è la sfida. È sbagliato usare la celebrazione per fare l’operazione opposta, ovvero cambiare le fondamenta.
Quando si attacca lo Statuto si attacca la Costituzione. L’esempio è il collegato al lavoro in discussione in Parlamento. Con l’arbitrato si attacca la Costituzione, che garantisce al cittadino la possibilità di ricorrere al giudice. Si chiede ai lavoratori di accettare l’arbitrato rinunciando per sempre ai propri diritti. È una libertà in meno, non una libertà in più, come dice il ministro Sacconi. Noi non siamo contro l’arbitrato, ma contro l’arbitrato obbligatorio”.