I diritti del sindacato – di Massimo Giannini

25/03/2002


 
I DIRITTI DEL SINDACATO
 
 
 
 
MASSIMO GIANNINI

«LI batteremo con un sorriso», aveva detto Sergio Cofferati. Ma quella di oggi, per il milione e passa di persone che sfilerà nelle strade di Roma, non sarà la «festa dei diritti». La cappa di piombo delle nuove Br opprime la piazza. L´assassinio di Marco Biagi cambia la testa delle persone e l´agenda della politica. Il «contesto» dirotta il consenso. La manifestazione organizzata dalla Cgil non può più essere la difesa massiccia di un modello sociale diverso da quello proposto in questi mesi dal governo di centrodestra. Deve essere prima di tutto l´adesione di massa alla lotta contro il terrorismo, che ogni volta semina una morte insensata per rinascere dalle sue ceneri.
Nel «contesto» c´è Silvio Berlusconi, che ieri sera ha voluto imprimere un segno a quella morte insensata, per svalorizzare quell´adesione di massa. «Il professor Biagi collaborava con il nostro governo perché era animato dalla nostra stessa passione. Nel nostro Paese chi vuole cambiare, chi vuole fare le riforme, è criticato, è duramente avversato, e a volte eliminato fisicamente… I terroristi devono sapere che non fermeranno il cambiamento, e non fermeranno l´azione di questo governo…». Se volevano commemorare, le parole del Cavaliere sono tardive. Non è stato a Bologna, a trovare la vedova e i suoi figli. Non è andato ai funerali, rischiando l´impopolarità come fecero Pertini e Cossiga dopo le stragi di mafia e quelle della stazione di Bologna. Ha aspettato tre giorni, per rendere omaggio alla vittima di un truce omicidio che sconvolge una famiglia e colpisce al cuore le istituzioni. Se volevano pacificare, le parole del Cavaliere sono controproducenti. La «consecutio» usata dal premier è inquietante. Biagi non era un servitore dello Stato, ma un «uomo del governo». Esigeva le riforme sul mercato del lavoro e sull´articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. L´hanno assassinato per impedire quelle riforme. Alla vigilia della manifestazione della Cgil, il presidente del Consiglio fissa implicitamente una doppia connessione. La prima: chi va in piazza a combattere quelle riforme, sostiene anche solo inconsapevolmente le stesse «ragioni» dei terroristi. La seconda: chi ha ucciso Biagi l´ha fatto solo per colpire il governo.
Neanche di fronte al ritorno delle Br Berlusconi riesce ad abbandonare la logica binaria del conflitto destra/sinistra, che ai suoi occhi equivale all´eterna contesa tra il bene e il male. L´attentato terroristico non è una minaccia per l´intera democrazia, che deve saldare con lo stesso collante etico-morale le istituzioni alla politica e la politica alla società civile. E´ invece un attacco contro la sua persona, e contro quello che lui rappresenta. Se questa è l´analisi, è desolante: il Cavaliere sottovaluta il pericolo della nuova lotta armata. E svaluta il messaggio politico che un milione di persone, oggi, lanceranno proprio contro la lotta armata.
Nel «contesto», per quello stesso milione di persone e per il leader della Cgil che le ha «convocate», c´è però, prima ancora che Berlusconi, la tragica fine di Marco Biagi. Il ritorno di un clima emergenziale, che oggi vede il sindacato in una veste inedita e delicatissima. Il sindacato è «vittima», come dimostrano le invettive contenute nel documento di rivendicazione delle Br. Ma il sindacato è anche «carnefice», come dimostrano le strumentalizzazioni e le allusioni fatte in questi ultimi giorni dalla Casa delle Libertà. Il Polo contesta la campagna di Cgil, Cisl e Uil contro la riforma dell´articolo 18, all´insegna della «lotta di civiltà contro la barbarie». La sbrigativa denuncia sul «clima di odio» alimentato in queste settimane dall´opposizione politica e sociale non contempla il ricordo degli slogan pre e post-elettorali della maggioranza: «Le elezioni sono state come il 25 aprile», «Il 13 maggio abbiamo ripristinato la democrazia in Italia», e via delegittimando. Le volgari accuse di Maroni alla Cgil, colpevole di non aver preso le distanze dalle frange antagoniste contigue al terrorismo, trascurano di considerare che oggi, sul palco della manifestazione romana, Cofferati ha rifiutato un posto ai Cobas e ai no-global.
Ma il sindacato, oltre che vittima e carnefice, è obiettivamente al centro di una contraddizione culturale. Giusta o sbagliata che sia (qui non importa nemmeno stabilirlo) la contesa sull´articolo 18, con tutte le sue implicazioni sociali, lo rilancia per la prima volta come portatore di un sistema generale di valori e di diritti, e non solo come strumento della rappresentanza di interessi particolari. Ma al tempo stesso l´assassinio di Biagi, con tutte le sue implicazioni politiche, lo espone al rischio di apparire come un movimento «resistenziale». Che supplisce con la forza della sua organizzazione alle debolezza dell´opposizione politica. Ma che è ormai piantato di fronte a un bivio. O sconfessa la sua battaglia, cedendo alle emozioni del «contesto» e alle pressioni del governo. O tradisce la sua storia, andando fino in fondo ed estremizzando il conflitto, come forse piacerebbe agli assassini di Biagi.
Il modo più giusto per risolvere questa contraddizione è attingere alle radici di un movimento che, proprio nelle fasi più dure del terrorismo, della crisi politica e del dissesto economico, ha saputo dare il meglio di sé. Non è solo la tragica contabilità dei suoi «caduti», che dice il grande tributo che il sindacato ha versato alla lotta contro tutti i brigatismi. Non è solo il ricordo di Guido Rossa che dice quanto di nobile ci sia nella tradizione civica confederale. C´è la forza di Enzo Mattina, che dopo la sconfitta dell´ottobre 1980 alla Fiat denunciò le infiltrazioni terroristiche tra i delegati della Flm. C´è il coraggio di Luciano Lama, in quella stessa sconfitta e in tante altre battaglie, compreso l´assalto subito dagli autonomi alla Sapienza. C´è l´impegno dei leader di questi ultimi anni, dopo l´assassinio di Massimo D´Antona e l´attacco delle nuove Br a quel poco o tanto di «riformismo italiano» al quale anche Cgil, Cisl e Uil hanno dato un contributo insostituibile. Il sindacato confederale ha assecondato la difficile transizione istituzionale, che è costata la vita a Renzo Ruffilli. Ha permesso il risanamento finanziario e la politica dei redditi, che è costata la vita a Ezio Tarantelli. Ha gestito le privatizzazioni e le liberalizzazoni. Ha cercato di governare la conflittualità endemica dei servizi, pagando a sua volta un prezzo all´incombente sindacalismo di base, una sua «costola» estrema e estremista.
Ripartendo dalle sue radici più profonde e feconde il sindacato, e insieme tutto il centrosinistra, può risolvere le sue antinomie culturali coniugando il massimo del riformismo nel metodo con il massimo della radicalità nel merito. Isolando le ultime derive di irriducibilità, come quella di Claudio Sabattini, storico leader della Fiom, che grida nei teatri che «solo la piazza può abbattere il governo Berlusconi». Tacciando l´anima protestataria dei girotondisti, che parlano di «regime» senza capire che, come giustamente ricorda Massimo D´Alema, in Italia «regime» si può tradurre Ventennio.
E´ ancora possibile, questa mattina, presentarsi in piazza con la coscienza pulita di chi ha saldato tutti i conti con le violenze passate, presenti e future. E con una serena consapevolezza: è possibile riconfermare la legittimità di una battaglia che difende diritti, e non esige privilegi. Che non rifiuta la modernizzazione, ma pretende solidarietà per i padri e per i figli.