I dipendenti sono più produttivi quando l’attività è flessibile

07/11/2002



          7 novembre 2002

          ITALIA-LAVORO
          INDAGINE DELLA CDC DI MILANO
          I dipendenti sono più produttivi quando l’attività è flessibile


          MILANO – Le esperienze si contano ancora sulle dita di una mano, tanto che a voler inquadrare il fenomeno dal punto di vista quantitativo i dati mostrano come si sia ancora lontani dal riscontrare un radicale cambiamento culturale. Tuttavia la flessibilità, nelle sue diverse forme, dove è stata adottata non solo ha dimostrato di essere una soluzione per far fronte ai picchi di lavoro, ma ha addirittura stimolato un aumento della produttività. Questo è accaduto in particolare in quelle realtà aziendali che più hanno forzato sul piano della sperimentazione, adottando un’organizzazione degli orari di lavoro modulata sulle esigenze dei lavoratori e sul lavoro a "progetto". Ad arrivare a questa conclusione è una ricerca presentata dalla Camera di Commercio di Milano che ha raccolto l’esperienza realizzate da alcune aziende private (come la Chl, l’Electrolux Zanussi, l’Ibm, l’Ikea, la Solvay) e da alcuni enti pubblici come la stessa Camera di Commercio, il Comune di Sesto San Giovanni e la Provincia di Milano. Casi diversi che mettono in evidenza i molti aspetti della flessibilità, oltre che le differenti modalità di attuazione. Si scopre così che, in alcuni casi, la flessibilità parla un unico linguaggio, quello del part-time, utilizzato alla Camera di Commercio di Milano (500 dipendenti, mille circa con le aziende speciali) da un lavoratore su otto, ma anche al Comune di Sesto San Giovanni dove a essere coinvolte, il 90%, sono soprattutto le donne. In questo caso, poi, al contratto a tempo parziale si affianca un’iniziativa innovativa: la rilevazione delle presenze su base mensile, invece, che giornaliera. E sempre tra gli enti pubblici decisamente originale la proposta delle Provincia di Milano che ai suoi 1.969 dipendenti propone un pacchetto di aiuti di "mobility management", per favorire i pendolari con una campagna abbonamenti Atm e Trenitalia, oltre che promozioni per convertire i motori da benzina a Gpl e convenzioni per la spesa online e per il car sharing. Esemplificativo di come l’organizzazione aziendale possa strutturarsi in modo assolutamente variabile, è il caso della Chl, azienda presente nel mercato business to consumer per i prodotti informatici, che per i suoi 90 dipendenti ha adottato un orario flessibile, in modo progressivo, a seconda del ruolo: è necessaria una sola timbratura, valgono i risultati conseguiti. L’azienda ha addirittura messo a disposizione un alloggio interno all’azienda per tre dipendenti, «che – spiega la ricerca – vivono ormai in un clima da dipendenza workalcholic senza rimpianti». Collaudati, ma proprio per questo considerati modelli quasi "da scuola", i progetti di flessibilità dell’Electrolux Zanussi, che se ne serve «per far fronte alle fluttuazioni di produzioni stagionali», dell’Ikea, dove il 65% dei lavoratori lavora part-time, e dell’Ibm. Quest’ultima è riuscita, fra l’altro, a utilizzare pienamente le potenzialità delle nuove tecnologie, sviluppando un progetto di mobile worker che ha portato il 35% dei lavoratori totali a non lavorare stabilmente in sede: per alcune categorie professionali, come il customer worket, è stata coinvolta la totalità dei dipendenti.
          Serena Uccello