I delicati equilibri delle svolte riformiste – di R. Napoletano

09/07/2002



Martedí 09 Luglio 2002


I delicati equilibri delle svolte riformiste
di Roberto Napoletano

Ci sarebbe stata l’intesa sulla scala mobile dell’84 senza l’incubo dell’inflazione a due cifre? Nel ’92 Giuliano Amato avrebbe potuto davvero mettere mano a pubblico impiego, pensioni, sanità e finanza locale se il Paese non fosse stato scosso dal rischio di una crisi di liquidità? Che cosa ne sarebbe stato dell’accordo del luglio del ’93 di Ciampi sulla politica dei redditi senza il vincolo esterno dell’Europa? C’è una via italiana alle riforme che affonda le sue radici nella cultura dell’emergenza e porta in superficie la tempra di uomini che hanno saputo unire, intorno alla parola magica concertazione, intelligenza tecnica, valori liberali e concreta determinazione. Il punto è, però, che finite le emergenze, l’incantesimo riformista si è spezzato, la formula magica non ha funzionato più o ha funzionato poco e a rilento. Il pacchetto Treu, ad esempio, è ancora un frutto positivo della stagione della concertazione, ma quanto ha dovuto penare l’ex ministro del Lavoro per aggregare il consenso di tutto l’arco del centro-sinistra e quanto è costato questo consenso? Che cosa dire, poi, del Patto di Natale di qualche anno dopo: custodiva in sè i germi di ciò che serviva all’economia di questo Paese, ma un gioco distorto di veti e controveti ha impedito che si intercettasse il terreno fertile nel quale quei germi potessero crescere e svilupparsi. In un momento in cui la vis polemica rischia di avvolgere tutto in una nube politica, è bene prendere coscienza che il patto per l’Italia, al di là del nome eccessivamente sloganistico, rappresenta il frutto maturo di una nuova stagione di dialogo sociale sottratta al tradizionale schema emergenziale italiano. Nuovo statuto dei lavori, meno tasse per ceti deboli e imprese, Mezzogiorno sono il nucleo duro intorno al quale costruire un disegno riformista destinato a durare. Se il Governo si dimostrerà all’altezza di queste sfide onorando i pagherò sottoscritti con il rigore e senza nemmeno l’ombra del sospetto di volere alimentare divisioni, anche la Cgil dovrà interrogarsi sul proprio tasso di coerenza con la sempre evocata politica dei redditi. La sinistra riuscirà a immunizzarsi dalla febbre, tutta italiana, di un neo-corporativismo di classe. Un vincolo esterno, a ben vedere, c’è anche questa volta. Si chiama Lisbona: nuovi lavori, nuovo lavoro. Può aiutare a comprendere l’entità della posta in gioco.