I contratti che dividono il sindacato

19/07/2005
    lunedì 18 luglio 2005

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      IL CASO

        I contratti che dividono il sindacato

          Mariano D’Antonio

          I sindacati sono divisi sulla riforma dei contratti di lavoro. Mentre il leader della Cisl Pezzotta preme perché sia rivisto il modello di contrattazione ormai vecchio di dodici anni e ha fissato il termine del 15 settembre prossimo per formulare una proposta di cambiamento, il segretario della Cgil Epifani in un’intervista pubblicata ieri da Repubblica ha ripetuto di non ritenere che la riforma della contrattazione sia una priorità in questo momento di crisi industriale, con migliaia di posti di lavoro a rischio. Come stanno le cose? Il pomo della discordia tra i sindacati è il passaggio dall’attuale modello imperniato prevalentemente sui contratti nazionali di categoria a un modello misto nel quale i contratti nazionali siano affiancati da contratti decentrati, stipulati su scala territoriale, a livello regionale nonchè a livello aziendale. La materia è molto delicata. I sostenitori del doppio livello di contrattazione, come Pezzotta ma pure Angeletti segretario della Uil, ritengono che integrando il contratto nazionale con i contratti territoriali e aziendali le paghe dei lavoratori rifletterebbero meglio le condizioni di lavoro, i livelli di produttività, dunque i rendimenti di operai e impiegati, che sono molto differenziati da luogo a luogo oltre che da impresa a impresa. A loro avviso, invece, contratti nazionali uniformi non premiano i lavoratori più produttivi, portano all’appiattimento delle retribuzioni e permettono agli imprenditori che producono meglio di guadagnare alti profitti rispetto agli imprenditori meno efficienti.

            Epifani e i sindacalisti della Cgil difendono invece l’attuale sistema imperniato prevalentemente sui contratti nazionali perché evita d’introdurre differenze nelle retribuzioni che spezzerebbero l’unità delle categorie penalizzando operai e impiegati delle imprese medio-piccole e premiando i lavoratori delle imprese di maggiore dimensione, di solito più efficienti. C’è inoltre una questione di non poco conto connessa all’eventuale passaggio a un regime di doppia contrattazione, nazionale e territoriale o aziendale. Si tratta dei soggetti della contrattazione. Quando il contratto di lavoro dovesse essere su due livelli, un livello nazionale uniforme e un livello decentrato sul territorio e per azienda, quale rappresentanza sindacale sarebbe chiamata a contrattare localmente con gli imprenditori? Con quale modalità si stabilirebbe che i lavoratori in una regione o in un’azienda sono meglio rappresentati da questo o quel sindacato? Con il numero degli iscritti dichiarati da un sindacato oppure mediante elezioni dirette in un dato territorio o in una data azienda? Il problema sorge evidentemente perché le grandi centrali sindacali finora sulla doppia contrattazione si presentano divise, con la Cgil che vi si oppone e la Cisl e la Uil che sono favorevoli. Il segretario della Cisl Pezzotta in un articolo pubblicato sul Corriere della Sera il 14 luglio scorso si è dichiarato contrario al metodo della maggioranza dei lavoratori rappresentati come criterio di scelta del sindacato che dovrebbe partecipare alla contrattazione decentrata, ritenendo che questo criterio «sarebbe un immiserimento dell’idea partecipativa che dovrebbe orientare le moderne relazioni sindacali». Altri criteri praticabili però finora Pezzotta non ne ha indicati. In questa situazione di stallo la Confindustria che aderisce alla tesi della doppia contrattazione, potrebbe accelerare i tempi dichiarando l’intenzione di uscire dall’attuale modello in occasione del rinnovo di alcuni contratti nazionali di categoria. Ciò non renderebbe le cose più facili ma almeno eserciterebbe una pressione sui sindacati affinchè raggiungano un’intesa. Per uscire da una disputa sterile, esaminiamo l’argomento della doppia contrattazione dal punto di vista delle relazioni sindacali nel Mezzogiorno. Nel territorio meridionale altro che una doppia contrattazione nei fatti è oggi in vigore.

            I rapporti di lavoro sono nel Mezzogiorno regolati in forma molteplice. Sulla carta la maggioranza dei lavoratori meridionali è tutelata dai contratti nazionali di categoria. C’è tuttavia una quota consistente di lavoratori che non sono tutelati da alcun contratto: sono i lavoratori a nero, sottopagati e privi di tutela previdenziale e assicurativa, che non sono coperti dagli infortuni sul lavoro e non percepiranno mai una pensione commisurata agli anni di lavoro. Ricordiamo che, secondo stime dell’Istituto nazionale di statistica (Istat), nel Mezzogiorno il 23% dei lavoratori nell’anno 2002 era irregolare. La percentuale è cresciuta dal 1995, quando era in media per tutta l’economia il 21%, ed è cresciuta soprattutto in agricoltura passando dal 35% (anno 1995) al 42% (anno 2002) nonché nei servizi privati dove è aumentata dal 18 al 21% tra i due anni considerati. I rapporti di lavoro definiti regolari a loro volta al Sud d’Italia nascondono situazioni incredibilmente variegate. È nota anche ai sindacalisti una prassi molto diffusa nelle piccole imprese meridionali, la cosiddetta paga bianca: gli imprenditori per opportunismo oppure per necessità pagano ai loro dipendenti un numero di ore lavorate inferiori a quelle effettivamente prestate oppure chiedono ai dipendenti di restituire in parte o in tutto i contributi previdenziali e assicurativi che hanno versato in loro nome, e così via escogitando sistemi di aggiramento delle regole. In questa situazione chi difende il contratto nazionale di lavoro e si oppone a contratti locali o aziendali, è almeno nel Mezzogiorno un sindacalista con gli occhi chiusi. A ben vedere, privilegia un simbolo rispetto alla realtà ovvero ha trasformato il contratto nazionale di categoria da simbolo in feticcio.