I conti con il sindacato

13/07/2001

Il Sole 24 ORE.com






    I conti con il sindacato
    di Alberto Quadrio Curzio

    Di fronte alle cifre di Tremonti si possono considerare quasi scontate le reazioni particolarmente vivaci dell’opposizione. Altrettanto doveroso, ma non per questo meno preoccupante, l’irritato allarme dell’Unione europea per i rischi che un Paese importante come l’Italia sbandi pesantemente proprio alla vigilia di un appuntamento decisivo per l’euro. Senza dimenticare, ovviamente, il fronte immediato con cui il Governo deve confrontarsi: il fronte del sindacato. Si ripropone, infatti, una «vecchia» domanda. È possibile, in Italia, governare e liberare l’economia per fare sviluppo, senza il consenso sindacale? La risposta non è facile. I sindacati italiani si trovano infatti in una situazione nuova: quella di avere come interlocutore un Governo di Centro-destra. Si presenta allora ai sindacati un’alternativa: o essere organizzazioni che operano per promuovere nello sviluppo competitivo il lavoro e l’occupazione; o essere organizzazioni politiche e para-partitiche che hanno altri fini. La situazione è in movimento ma si vedono già alcune prospettive. Particolarmente difficile è la situazione per la Cgil che ormai da anni godeva una posizione di primazia nelle trattative con Governi dove la componente con forti simpatie sindacali era assai rilevante. Basti da ultimo citare, per esempio il ministro del Lavoro, Cesare Salvi e quello del Tesoro, Vincenzo Visco, che certamente non si sarebbero mai contrapposti alla Cgil. Di questa situazione erano consapevoli anche gli altri due sindacati, Cisl e Uil, che proprio perciò pur cercando di dare un apporto specifico non potevano troppo differenziarsi dalla Cgil la cui posizione di vantaggio governativo era troppo forte per essere messa in discussione. Di questa situazione era consapevole anche Confindustria. Nel contempo, i Governi di Centro-sinistra trovavano nel sindacato un forte appoggio per le loro politiche, anche per quelle di risanamento dei conti pubblici, assicurando al sindacato, o meglio alla Cgil, un ruolo di soggetto di quasi co-governo che, tuttavia, aveva finito per responsabilizzare anche la maggioranza della Cgil stessa.
    Questa situazione non ha quindi impedito di raggiungere in Italia risultati di risanamento importanti. ma ciò fu dovuto soprattutto alla straordinaria lucidità e capacità politica di Ciampi che nel 1993 ebbe il ruolo di principale artefice della concertazione. Questa non fu soltanto una formula di consultazione operativa delle parti sociali, ma incanalò la loro azione dentro un sentiero molto preciso: quello degli aumenti salarialilegati all’inflazione programmata. Questo fu il vero successo che poi ha portato nell’euro. Anche se altri successi non vanno sottovalutati; ma il risultato in termini di crescita degli ultimi anni non è buono, specie se valutato a fronte del grave deficit per il 2001.
    Che faranno i sindacati di fronte a questa situazione? Lo scenario è in movimento come si è visto con le prime spaccature sindacali che delineano due diverse strategie nei confronti del Governo: una strategia è quella della Cgil, che sembra puntare a un ruolo politico di opposizione alla maggioranza governativa di Centro-destra. Questa scelta si accentua di giorno in giorno con le difficoltà delle opposizioni parlamentari di esprimere una identità precisa e con la crisi dei Ds. La Cgil si sente così caricata del ruolo di diventare un oppositore forte del Governo e dentro la stessa riprendono vigore quelle componenti più ideologizzate che potrebbero saldarsi anche con la protesta indifferenziata.
    Ben diversa è la situazione di Cisl e Uil, che si sentono adesso liberate dal protettorato di fatto della Cgil e hanno deciso di svolgere un ruolo autonomo a tutela dei loro aderenti, ma ancor più del lavoro e dello sviluppo economico in genere. Chiarissime, a questo proposito, le prese di posizione di Pezzotta della Cisl il quale, dopo aver affermato che la concertazione va rivista in chiave di sviluppo e non solo di risanamento della finanza pubblica, ha auspicato che la Cgil non faccia una scelta politica, ma ha anche precisato che se ciò accadesse la Cisl andrebbe per la sua strada.
    Ed è proprio su questa distinzione tra un sindacato politico per la sinistra e un sindacato pragmatico per lo sviluppo che s’è già consumato il primo strappo. Quello sul contratto dei metalmeccanici, dove la Cisl e Uil hanno firmato il contratto con Federmeccanica mentre Cgil non ha firmato e ha anche organizzato uno sciopero di otto ore che ha raccolto, secondo l’opinione di molti, anche protestatari generici oltre che metalmeccanici. Lapidario è stato, al proposito, il commento di Angeletti delle Uil che ha bollato lo sciopero come rivolto più contro gli altri sindacati che contro Fermeccanica. Sosprendente è stata la risposta di Cofferati, cioè che la Cgil «sciopera sempre contro il padrone». Se si ricomincia su questa linea, confondendo le imprese e il sistema produttivo italiano con «il padrone», il nostro Paese ritornerà ai tempi della lotta di classe, con conseguenze imprevedibili.
    Adesso i sindacati saranno messi al banco di prova del Dpef e della «legge dei 100 giorni»che punta, con molti aspetti positivi, allo sviluppo economico. Andando al di là dell’unità fittizia ritrovata oggi per protestare contro le anticipazioni che il ministro Tremonti ha fatto sui conti pubblici alla televisione prima che nelle sedi formali, parlamentari e di incontro con le parti sociali, i problemi veri saranno almeno tre: il tasso di inflazione programmata su cui si rifanno i contratti; la riforma dello Stato sociale e del istema previdenziale; le liberalizzazioni e le privatizzazioni.
    Per ora Cofferati ha dichiarato che «di fronte a tagli di spesa sociale reagiremo con fermezza». Noi ci permettiamo sommessamente di suggerire a un sindacato come Cgil l’urgenza della riforma dello Stato sociale. La stessa dovrà garantire da un lato le fasce più deboli aumentando l’efficienza della spesa pubblica e destatalizzando il più possibile a favore del pubblico libero e del privato sociale per promuovere la sussidiarietà; e, d’altro lato, flessibilizzare il mercato per promuovere la competitività. Diversamente, il nostro Paese con il suo mostruoso debito pubblico resterà sempre con inefficienti servizi sociali, bassa crescita, alta disoccupazione, calante competitività. Di questa combinazione tra pubblico libero e mercato dovrà anche tenere conto il Governo.

    Venerdí 13 Luglio 2001

 
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