I consumi delle famiglie italiane nel 2015

13/02/2016

Una ricerca della Filcams Cgil, in collaborazione con la Fondazione di Vittorio e l’istituto Tecnè, dimostra come la crisi ha profondamente modificato le abitudini e i consumi.

I consumi delle famiglie italiane nel 2015 sono calati del 6,3% rispetto al 2008 e per far fronte alle difficoltà della crisi sono profondamente cambiate le modalità di acquisto. (Cercare il miglior prezzo rispetto alla qualità, fare scorte quando il prodotto è in offerta, acquistare prodotti di minore qualità nei discount o a prezzi scontati negli outlet, comprare articoli usati, ricorrere sempre più ali acquisti online). E’ quanto emerge dal Rapporto 2015 “I consumi delle famiglie italiane” realizzato dalla Filcams Cgil, in collaborazione con la Fondazione di Vittorio e l’istituto Tecnè.

La ricerca si basa su un campione molto elevato di intervistati (4mila persone) che mette in evidenza quanto siano cambiati i comportamenti ed i consumi delle famiglie italiane, soprattutto nella seconda fase della crisi dal 2011 in poi. La spesa media -nel 2015-è calata del 2,9% rispetto a 10 anni fa, addirittura di 157 euro mensili (6,3%) dal 2008 e il 29% degli intervistati dichiara consumi inferiori alle sue necessità reali.

Solo un terzo delle famiglie non ha cambiato gli standard di consumo e solo poco più del 5% lo ha migliorato. Ma circa un quarto dei cittadini ne ha ridotto contemporaneamente quantità e qualità e un altro terzo ha ridotto solo la quantità. Internet è entrato nella quotidianità: il 30% dei consumatori naviga per cercare il miglior prezzo di vendita dei prodotti alimentari e il 63% di quelli non alimentari. Cambiano le strategie di acquisto messe in campo dalle famiglie: cercare il miglior prezzo rispetto alla qualità; fare scorte quando il prodotto è in offerta; acquisti di minore qualità nei discount o a prezzi scontati negli outlet; quando possibile acquistare usato.

“I cambiamenti che la nostra società ha subito con la crisi degli ultimi anni, non possono essere sottovalutati”, è quanto afferma Maria Grazia Gabrielli segretaria generale della Filcams Cgil.

Per quanto riguarda gli orari dei punti vendita, gli italiani prediligono l’orario continuato (55%) ma non le 24 ore di apertura (che risulta la scelta più bassa con il 15%); mentre si dividono tra quanti ritengono migliore l’apertura dell’esercizio 6 giorni su 7 (47%) e quanti vorrebbero l’apertura 7 giorni su 7 (45%). La quasi totalità (93%) ritiene che in ogni caso i diritti dei lavoratori devono essere garantiti. Sulla base di questi dati, la ricerca identifica quattro tipologie di consumatori suddividendo il campione per caratteristiche socio economiche: il 41% sono i “mediani”, che rappresentano i consumatori del ceto medio; il 28% sono i “vulnerabili” e rappresentano le fasce più deboli della popolazione; il 18% sono i “delusi” della propria condizione attuale; il 13% sono i “benestanti”.

La crisi –dunque- ha profondamente modificato le abitudini e i consumi. Si è troppo poco indagato sul fatto che otto anni è un periodo abbastanza lungo per consolidare cambiamenti duraturi sia qualitativi che quantitativi tra le persone.

Infatti, se si tornasse agli standard economici e di vita pre-crisi ben il 29% degli intervistati dichiara che non modificherebbe comunque i livelli e le modalità di spese attuali. Un dato di rilievo troppo spesso non tenuto nella giusta considerazione da chi sostiene che, finita la crisi, tutto tornerebbe come prima.

“È tempo” prosegue la segretaria, “che tutta la rete della distribuzione intraprenda una riflessione per avviare un rinnovamento organizzativo che coinvolga tutti gli stakeholders del sistema, soprattutto per individuare nuove politiche di intervento.”

“La diminuzione dei consumi, la contrazione delle entrate, ha portato le aziende del settore a cercare soluzioni per affrontare il momento di crisi troppo spesso individuando nella diminuzione del costo del lavoro, la principale soluzione per arginare gli effetti della crisi, scaricando il problema solo sui dipendenti.”

Riforme del mercato del lavoro, liberalizzazioni degli orari e delle aperture commerciali, assenza di un contratto nazionale di riferimento, non hanno aiutato la ripresa dei consumi, ma hanno impattato negativamente sulle condizioni di lavoro.

“La contrattazione” conclude Maria Grazia Gabrielli, “resta un momento di confronto importante che non deve essere svilito: il contratto nazionale deve rimanere il quadro di riferimento normativo, una rete da costruire, anche per dare delle risposte sul fronte dei consumi, valorizzando e riqualificando il lavoro.”

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