I co.co.co. restano fuori dall’Inps

30/05/2003

ItaliaOggi (Primo Piano)
Numero
127, pag. 3 del 30/5/2003
di Teresa Pittelli


L’identikit del lavoratore atipico italiano emerge da un’indagine condotta dal Censis e dall’Acli.

I co.co.co. restano fuori dall’Inps

Solo 1 su 5 versa i contributi, perché l’aliquota è troppo alta

I co.co.co. dicono no all’Inps. Solo un collaboratore coordinato e continuativo su cinque versa i contributi alla gestione dell’istituto nazionale di previdenza. E non va meglio per la previdenza privata, visto che appena il 5% dei co.co.co. si rivolge a un fondo pensione complementare, e il 14% a una polizza assicurativa. Le ragioni sono soprattutto le aliquote contributive da versare all’Inps ´troppo alte’, e la mancanza di soldi o di una decisa volontà per ricorrere alla previdenza integrativa. Ma oltre al futuro previdenziale incerto, la maggiore difficoltà dei co.co.co., un milione circa di italiani, in prevalenza donne e residenti al Nord, è la difficoltà a rendersi autonomi finanziariamente dalla famiglia. Ci ci riesce, infatti, solo uno su dieci. Tanto che la mancanza di investimenti sul futuro, e la contrazione dei risparmi delle famiglie costrette a sostenerli, può avere un effetto boomerang sul sistema economico e sulla crescita delle imprese. Sono i risultati di un’indagine condotta dalle Acli in collaborazione con il Censis, e presentata ieri a Roma.

- Il nodo previdenza. La previdenza è una nota dolente. Il 64,7% dei co.co.co sa che non riceverà una pensione adeguata, ma il 58,7% non corre ai ripari, perché non ha i soldi (27%) o la decisa volontà di farlo (31%). Solo il 21,6% di loro versa i contributi al fondo parasubordinati dell’Inps, e pochi si sono rivolti alle polizze vita (14,2%) o ai fondi pensione (5,3%). Quasi la metà, poi, il 48,1%, considera i versamenti all’Inps ´una tassa’, o ´un’appropriazione indebita’, e tutti ritengono ´troppo alta’ l’aliquota contributiva. Solo un lavoratore su dieci, infine, ha sottoscritto una polizza sanitaria.

- Obiettivo posto fisso. Ma secondo l’indagine la difficoltà principale di chi ha un contratto di collaborazione è quella di raggiungere l’autonomia finanziaria dai genitori, e riuscire a mettere su famiglia. Un traguardo che infatti viene raggiunto solo dal 13,5% dei co.co.co. E se la retribuzione non è in cima alle preoccupazioni di questi lavoratori atipici, in quanto solo il 20% teme le difficoltà economiche, questo è possibile perché nella maggior parte dei casi contano sull’aiuto della famiglia (56,4%) e degli amici (35,8%). Proprio per questa incapacità di progettare il futuro, quindi, più della metà dei collaboratori, il 54,2%, mira a ottenere un posto a tempo indeterminato. Mentre poco più di un terzo (34,7%) sogna un’attività autonoma. ´La flessibilità attuale, traducendosi più in riduzione di tutele e costi che in effettiva mobilità indotta dalla competizione su conoscenze e innovazione, rischia di penalizzare le famiglie e le imprese’, spiega Bobba, ´accentuando la contrazione della voglia di investire, e di rischiare sul futuro’. I co.co.co., impiegati soprattutto come segretari, contabili e addetti ai call center (36%), ma anche nel commercio (35,8%) e nei settori marketing e ricerca (32,2%), a causa del ´nomadismo contrattuale’ che caratterizza la loro situazione sono, infatti, ´fedeli solo a se stessi’. La loro forza competitiva, quindi, ´risulta esterna alle aziende e ne mette a rischio la crescita futura’, aggiunge Bobba. Non a caso, il 51% dei co.co.co. non ha mai partecipato a corsi di formazione, e la metà di quelli che lo hanno fatto se li sono dovuti pagare da soli (55,2%).

- Le tutele contrattuali. Se abbastanza soddisfatti delle mansioni e degli stipendi, i co.co.co. non lo sono affatto del contratto, svantaggioso rispetto a quello standard dal punto di vista delle tutele sindacali (66,3%), della stabilità (62,8%) e della formazione continua (54,5%). E ancora più penalizzante se paragonato alla situazione dei liberi professionisti (75%). Per molti, poi, il contratto di co.co.co. è stato un ostacolo per ottenere finanziamenti per acquisto a rate di beni durevoli (40,3%), o un mutuo per comprare una casa (34,5%). È per questo che il 37,8% dei co.co.co. vorrebbe un contratto collettivo di categoria. La tutela degli interessi professionali, infatti, viene svolta nel 74% dei casi dal lavoratore stesso, mentre solo il 7% dei co.co.co. si affida al sindacato o alle organizzazioni di settore.