I co.co.co hanno sollevato il mercato del lavoro

17/02/2005

    mercoledì 16 febbraio 2005

    FLESSIBILITÀ. PER SFATARE I SOLITI LUOGHI COMUNI BASTA LEGGERSI I DATI INPS DI NATALE FORLANI
    I co.co.co hanno sollevato il mercato del lavoro
    Col Treu il tasso d’occupazione è salito dal 51 al 53%. Molti i nuovi contratti a tempo indeterminato

    Nei commenti di natura politica, sindacale, e degli esperti di tematiche del lavoro, riguardanti l’andamento dell’occupazione viene, in genere, dato per scontato che :

    - l’occupazione in Italia sia aumentata, ma solo per l’effetto di una crescita del lavoro precario e a termine

    - tale situazione si rifletta in particolare sui giovani e sia all’origine delle ritardate scelte riguardo al matrimonio, la casa, i figli, ecc.

    - buona parte delle responsabilità su questo andamento del mercato del lavoro sia addebitabile alle riforme del mercato del lavoro e soprattutto a quelle del governo di centrodestra intraprese dal 2001 a oggi.

    A supporto di queste tesi non mancano le inchieste, o presunte tali, che puntualmente si fanno beffa delle statistiche Istat incapaci, manco a dirlo, di interpretare correttamente la realtà. Continuando, invece, a credere che la storia e l’apparato dell’Istat fornisca dati più credibili delle inchieste dei centri studi di varia origine, utilizzeremo le statistiche dell’Istituto nazionale, con il corredo di alcuni dati dell’Inps, per cercare di sfatare i luoghi comuni sulla crescita del lavoro precario. I due indicatori più utilizzabili a tal fine sono quelli della crescita del tasso d’occupazione, ormai ritenuto dalla Ue l’indicatore principale per valutare il livello di inclusione sociale, e quello relativo alle quote del lavoro a tempo indeterminato sul totale degli occupati dipendenti. Ebbene dal 1996 al 2003, l’arco temporale delle riforme del mercato del lavoro iniziate con il famoso “Pacchetto Treu”, il tasso d’occupazione cresce dal 51,3% al 57,6%. Circa un terzo dei 2.028.000 dei posti di lavoro aggiuntivi prodotti, rappresenta il recupero della caduta occupazionale registrata tra il ’92 e il ’95, il resto è determinato da un incremento netto totale dell’occupazione giunta al suo massimo storico italiano. Questo incremento ha portato l’indice di dipendenza (popolazione non attiva in carico alla popolazione che lavora) al suo minimo storico passando dal 2698 ogni 1000 occupati a 2468. Questo significa che la distribuzione del lavoro ha aumentato sia il livello di inclusione che la rete di solidarietà implicita all’interno dei nuclei familiari. Dell’incremento dell’occupazione dipendente la parte del leone (oltre due terzi, 1300 unità circa sul totale del lavoro dipendente) è rappresentata da contratti a tempo indeterminato, mai così numerosi in assoluto assai più che dei contratti a termine nelle varie fattispecie (causa mista, stagionale, a termine, interinale) sono passati da 1127 unità a 1583 con un incremento di 542.000 unità.

    La quota e il numero di contratti a termine sul totale dell’occupazione, ha contribuito alla crescita del tasso d’occupazione non a discapito di quelli a tempo indeterminato. Tale quota è comunque ancora largamente al di sotto delle medie europee (9,7% rispetto al 14% medio europeo) e probabilmente la differenza esistente tra il tasso dell’occupazione italiano e quello europeo è proprio dovuta alla minore incidenza del lavoro atipico (part-time), che aumenta il livello dell’occupazione femminile, e di quello a termine. Un ragionamento particolare va fatto sul ruolo svolto dalle collaborazioni continuate (co.co.co.) ritenute, a torto o a ragione, una fattispecie camuffata, a basso costo e basse tutele, del lavoro dipendente. Il flusso annuo di questi contratti (esclusi gli amministratori di società e condomini) è di circa 500 – 600mila unità annue (analisi Cnel su dati Inps). Se assimilati ai dipendenti porterebbero comunque il numero di rapporti a tempo determinato nella media europea (13-14%) e non smentisce comunque la crescita dei rapporti a tempo indeterminato. Alcune critiche si soffermano sulla perdurante permanenza di alcuni strati della popolazione, particolarmente i giovani, nella condizione di lavoro a termine e precario. Ma tali assunti non sono confortati da nessun dato. Infatti, sia le analisi Istat che Cnel dimostrano che l’uso dei rapporti a tempo determinato e dei co.co.co. è stratificato sul complesso della popolazione e comunque mentre nel 2005 oltre il 51% del lavoro temporaneo si concentrava nella classe di età tra i 15 e i 29 anni, essa si è spostata soprattutto su quella tra i 30 e i 49 anni (45,7%). Sui 1.583.000 rapporti a tempo determinato incide in modo rilevante la quota dei lavoratori immigrati che lavorano a termine per vincoli di soggiorno soprattutto nei settori come l’edilizia, i servizi alla persona, l’agricoltura, l’industria e per mansioni ormai rifiutate dalle giovani generazioni italiane.

    A chi addebitare le responsabilità dell’avvenuto incremento dei contratti a termine? Il merito, perché lo ritengo tale, di aver sbloccato il mercato del lavoro italiano è da attribuire soprattutto all’introduzione del lavoro interinale e alla costituzione della gestione separata presso l’Inps per i co.co.co., provvedimenti che vengono attuati nel ’96 e nel ’97 con i governi Prodi e D’Alema. Scarsa incidenza sembra aver avuto, invece, la liberalizzazione dei contratti a tempo determinato avvenuta nel 2001 con un accordo sindacale, a seguito delle direttive europee. In effetti, la crescita dell’occupazione trascinata dai contratti a termine si registra negli anni 1997-2001 (compresa la crescita dei co.co.co). Dal 2001 al 2003 il 93% dell’incremento dell’occupazione dipendente avviene con il rapporto a tempo indeterminato, la quota del lavoro a termine e dei co.co.co. Sul totale si riduce nonostante la prima sia condizionata da un numero crescente di immigrati. Negli anni recenti il numero non solo si è ridimensionato, ma con l’introduzione di contratti a progetto e l’aumento dei contributi previdenziali, sono aumentate le tutele dei co.co.co. Oggi possiamo ritenere che, valutando l’uso del contratto a termine per la fascia di età tra i 15 e i 29 anni, la stima dei contratti a causa mista come l’apprendistato, e una quota del flusso dei co.co.co, il numero dei giovani che annualmente vivono la condizione del cosiddetto precariato non superi le 600-700mila unità annue. Una quota del tutto fisiologica, tutt’altro che stabilizzata al suo interno e la cui effettiva precarietà andrebbe ponderata in relazione alle caratteristiche dei redditi familiari.
    Semmai dovrebbe preoccupare assai più la presenza di un’occupazione giovanile elevata e di lunga durata al di sopra delle medie europee. Se nessuno dei pregiudizi che caratterizzano l’attuale dibattito sul mercato del lavoro trova validi riscontri nella realtà, quale spiegazione può avere il persistere di tali opinioni? Il fattore politico e ideologico gioca certamente la parte del leone. Una recente rilevazione dell’Istat che registrava un incremento del lavoro dipendente a tempo determinato quasi pari a quello dell’occupazione totale è stata commentata da esperti politici e sindacali come crescita della precarietà. A conforto di queste opinioni vengono svolte singolari indagini sul lavoro precario, su dei campioni di lavoratori a termine e co.co.co., interrogandoli circa le loro preoccupazioni sul futuro. Le conclusioni, ovvie, non vengono assunte per valutare lo specifico (le problematiche condizioni di tutela del lavoratore a termine), ma per trarre conclusioni generali sull’andamento del mercato del lavoro e per diffondere le cosiddette percezioni che sembrano essere diventate oggi la via maestra per interpretare la realtà (bisognerebbe ricordare a una certa sinistra che il diffondere le paure è stato storicamente il metodo utilizzato dalla destra politica per impedire i cambiamenti e le riforme).

    Specularmente c’è l’incapacità di comprendere e interpretare i cambiamenti assai più profondi che sono avvenuti nella produzione e del mercato del lavoro. Gli oltre due milioni di posti di lavoro aggiuntivi sono stati realizzati nel variegato sistema dei servizi, dove i modelli organizzativi sono flessibili per definizione, perché non si lavora per i magazzini, ma per prestazioni in tempo reale verso le persone, le famiglie e le imprese. Quasi 800mila di questi posti provengono dalla terziarizzazione dei servizi verso le imprese indicatore di profonde trasformazioni del sistema industriale. I cambiamenti del sistema produttivo, accompagnati da quelli del sistema normativo contrattuale (sul lavoro a termine e interinale) hanno consentito un rapporto virtuoso tra crescita e occupazione. Negli anni ’70-’80 erano necessari tre punti di crescita economica per generarne uno per l’occupazione. Alla fine degli anni ’90 e all’inizio degli anni 2000 l’occupazione aumenta anche in condizioni di bassa crescita.

    L’aumento della flessibilità (nell’ambito del rapporto di lavoro e dei rapporti di lavoro) ha reso possibile migliori alternative per le imprese e non ha affatto determinato, come del resto dimostrato in altri contesti europei, l’aumento della precarietà tout court. In interi settori l’immigrazione sta risolvendo problemi di carenza di manodopera che non è solo il risultato di una insufficiente offerta di lavoro, ma sovente scaturisce dall’indisponibilità delle giovani generazioni a svolgere mansioni considerate a torto e a ragione disagiate. E’ un cambiamento nelle aspettative e degli stili di vita, non dei rapporti di lavoro, che caratterizza questi mercati e come tale andrebbe analizzato. Anziché spiegare questi cambiamenti come un concorso di causa effetto tra mutamenti della produzione e dei servizi ed evoluzioni normative, c’è ancora chi è convinto che basti adottare nuove leggi per produrre lavoro regolare o, all’opposto, precario. In questo modo si prefigurano nuove legislazioni sui diritti del lavoro, l’abrogazione della legge Biagi, quasi che basti affermare per legge il diritto al lavoro a tempo indeterminato per realizzarlo. Questo non significa affatto che non esista la necessità di mettere mano alle normative, come ha fatto parzialmente la legge Biagi per i co.co.co., per migliorare le tutele per specifici contratti di lavoro (senza però ignorare la valenza produttiva, e di inclusione sociale, che i contratti flessibili svolgono nel contesto economico). Ad esempio, rimediando la scandalosa normativa che regola il fondo separato previdenziale per i co.co.co. istituito nel 1996 con la legge Dini di riforma delle pensioni e che non prevede per i periodi lavorati in queste condizioni la ricongiunzione con altri fondi previdenziali e con il rischio di perdere i contributi se non si raggiungono i cinque anni di versamento.
    Ma l’approccio riformista e modernizzatore non sembra godere in questo momento di buona stampa e non rientra nel pensiero politicamente corretto. Peccato. I problemi del mercato del lavoro in Italia sono veramente tanti, si pensi che ad esempio nei prossimi quindici anni la popolazione attiva indigena calerà di 4,5 milioni di persone, con tutte le implicazioni che questo dato trascina sia per la necessità di far lavorare chi oggi è escluso dal mercato del lavoro, sia per gli equilibri dello stato sociale. Problemi di questa dimensione non possono certo essere affrontati con un approccio demagogico e conservatore.