I bambini lavoratori: «Ma perché ci sfruttate?»

13/05/2004





 
   
13 Maggio 2004









 
«Ma perché ci sfruttate?»
Al congresso mondiale sul lavoro minorile di Firenze molte delle domande dei bambini ai partecipanti restano senza risposta. Oggi chiusura con la Global march
I bambini lavoratori interrogano (e imbarazzano) i grandi

BEPPE MARCHETTI
FIRENZE
Domande. I bambini ne fanno un sacco, ingenue e disturbanti, acute e assillanti. Ne fanno a tutti, con quella loro folle anarchica incomprensione di autorità e ruoli. E pretendono risposte. Ieri, a Firenze, il terzo atto del Children’s congress on child labour è stato appunto il giorno delle domande. Di fronte ai sorrisi di adulti potenti – alle volte imbarazzati, alle volte commossi – decine di bambini sono saliti sul palco e hanno incalzato gli adulti schierati dietro a un rassicurante tavolo da conferenze. Adulti che erano direttori della banca mondiale e dell’Unicef, governanti e rappresentanti d’industrie in cui assai comune è lo sfruttamento dei minori: abbigliamento sportivo e cacao. A coordinare il tutto c’era infine Kaliash Satyarthi, segretario della Global march against child labour (uno degli organizzatori del convegno). Le risposte dei grandi, di chi ha in mano le redini del potere, sono apparse ieri quanto mai deboli, confuse, involute. Come quella di Robert Holzmann, che lavora alla banca mondiale (dirige il dipartimento per la protezione sociale). Un bambino gli chiede: perché non ci date i soldi per combattere la povertà, per aprire scuole? Holzmann risponde che i soldi stanno arrivando, che sempre più la banca tenta di coinvolgere sindacati e Ong nella gestione dei fondi, che i governi corrotti non saranno invece più finanziati. Sì, ma le scuole? E il cibo? Le domande restano sospese, nessuno ha le risposte.

Una distanza palpabile, insomma, tra chi chiede e chi risponde. Anche se Kaliash dal palco s’inventa battute e stempera gli animi. Il clima è rimasto sempre sereno, quindi, anche quando un bambino ha chiamato in causa il senso stesso della conferenza («Dopo tutte queste parole stavolta farete qualcosa? O ci troveremo al prossimo incontro con gli stessi problemi?»). O quando una bambina chiede all’industriale del cacao: «In Svezia ci sono molti bambini che amano il cioccolato. Pochi però sanno che spesso per produrlo si sfruttano dei minori. Quando verrete da noi a spiegarlo?». Poi si ferma e fissa l’adulto. Ripete: «Quando? Vorrei saperlo». La risposta stavolta arriva: «Io sono danese, la Svezia è a poche ore da casa mia. Prendiamo un appuntamento», dice Mr. Rysgaard. Risate e applausi.

Perché – è ovvio – dietro il tavolo non ci sono i «cattivi». Sarebbe una semplificazione, anche se qualcuno dei bambini appare arrabbiato. Frustrato forse da un mondo che non capisce, fatto di regole che impediscono a molti di loro di viaggiare (per ragioni di sicurezza decine di bambini delegati non hanno ottenuto il visto, come viene ricordato più volte). O di logiche assurde: «Spendete i soldi in guerre e non in scuole», tuona più d’un bimbo. Ed è vero, al punto che il ministro del lavoro del Costarica ricorda: noi abbiamo la più alta scolarizzazione del Sudamerica. E non abbiamo esercito. Non è un caso.

Il tema della pace è stato sempre presente nei tre giorni della conferenza. Anche ieri: per esempio dal soffitto, all’altezza del palco, pendeva qualcosa. Sembrava un drappo ma bastava avvicinarci per vedervi un origami: uccelli intrecciati a simboleggiare la libertà dalla schiavitù. E il colore era arcobaleno, quello della pace insomma. Perché, si legge nella dichiarazione finale, scritta dai ragazzi: «i bambini possono avere riconosciuti i loro diritti soltanto in una situazione di pace».

Dopo due sessioni di domande e risposte è la volta di uno spettacolo di teatro-danza. Due bambini si muovono al ritmo d’un tamburo. Uno è il leone, l’altro il cacciatore. Quest’ultimo insegue, atterra, infine sta per uccidere l’animale. Poi succede qualcosa che ribalta le parti: il leone insegue, l’uomo scappa e infine soccombe. «Finché i leoni non avranno narratori – è la morale – la storia glorificherà i cacciatori». Ecco la realtà che i leoni – fuor di metafora: i bambini – vogliono cambiare.

Nel pomeriggio bambini, adulti e istituzioni si spostano a palazzo vecchio, sede del comune di Firenze. Il mattatore è ancora Kaliash: scherza con l’assessore all’istruzione Daniela Lastri, con l’interprete, poi chiama ancora sul palco i bambini. Leggeranno la dichiarazione finale: saranno cioè loro a chiudere i lavori della tre giorni. Una decina di ragazzi, che leggono un pezzo a testa, ciascuno nella loro lingua. «Rappresentiamo culture diverse, per questo abbiamo deciso di fare così». E allora ecco alzarsi una babele di parole (estratti del testo sono in questa pagina), che riempiono l’ampia Sala dei Cinquecento sotto lo sguardo severo di papi, dipinti, bassorilievi.

Poi Kaliash riprende il microfono, intona il coro: «Stop stop child labour/We want education/Go on global march». E la marcia globale continua: oggi, dalle 10 di mattina, è in cammino da piazza della Signoria a piazza Santissima Annunziata. Ma non solo: tra venerdì e sabato ci saranno molte altre iniziative in decine di comuni, da Trento a Catania.