I bagnini invadono “spiaggia” Navona

06/04/2011

Roma, i gestori contro l’Europa che dal 2015 impone nuove aste per gli stabilimenti balneari

Sdraio, ombrelloni e lettini a Piazza Navona, ma il motivo non è il clima estivo della capitale in questo strano aprile, bensì la manifestazione dei «balneari», cioè degli imprenditori che gestiscono gli stabilimenti lungo le spiagge italiane e che temono di perdere le loro attività realizzate su suolo pubblico, a motivo di una normativa comunitaria – la famosa o famigerata direttiva Bolkestein del 2006 – che imponendo maggiore concorrenza in tutti i servizi (compresi quelli da spiaggia) di fatto rimette all’asta tutte le attività balneari dal 2015 in avanti. Da qui la protesta organizzata dalle due grandi organizzazioni di categoria, la Sib (aderente a Confcommercio) e la Fib (a Confesercenti), le quali temono che la forte esposizione alla concorrenza possa travolgere i piccoli gestori e soppiantarli con i colossi dell’economia.

Le società «balneari» in Italia sono 28 mila e danno lavoro a quasi 300mila persone: un grande affare e un forte motore di crescita, specie per alcune regioni, come la Toscana, l’Emilia, Puglia, Lazio e Liguria. Ad avere le concessioni sono da decenni sempre le stesse società familiari, le quali – indubbiamente si sono fatte carico del miglioramento dei servizi e della manutenzione e, di frequente, hanno anche acceso mutui importanti per tirare avanti l’azienda, ma sono sempre e soltanto loro e pagano anche canoni considerati fuori mercato. Da qui un contenzioso ultradecennale tra il proprietario dei suoli, cioè lo Stato, e queste aziende affittuarie. Il primo è un soggetto tentacolare e plurirappresentato,inquantolecompetenze sulle spiagge sono divise tra demanio marittimo (ministero delle Infrastrutture), Agenzia del demanio (ministero dell’Economia), Regioni e comuni. Il secondo, invece, è un soggetto privato che lavora, investe e, beninteso, guadagna (anche molto).

Per intenderci: se uno prende una cabina in Versilia per un’intera stagione, paga dai 3 ai 4 mila euro. La somma è pari, o di poco inferiore, al canone che l’imprenditore paga annualmente allo Stato per l’intero stabilimento. Il ministro delle Finanze Vincenzo Visco cercò, a suo tempo, di mettere mano alla questione, e nella Finanziaria 2006 (relativa al 2007) introdusse una forte rivalutazione dei canoni, pari al 25-30 per cento. Sta di fatto che rispetto a dieci anni fa i balneari pagano il triplo, ma hanno anche adeguato i prezzi dei servizi.

Ciò che spaventa oggi gli operatori del settore è l’avvicinarsi della data imposta dalla direttiva Bolkestein, la quale stabilisce, all’interno di una serie di misure per garantire la concorrenza, che i canoni di locazione delle spiagge non siano più eterni ma che abbiano una durata limitata che consenta poi di rimettere all’asta il bene, e questo a iniziare dal 2015. Tra gli operatori c’è il panico, e per questo chiedono al governo di essere trattati come quelli delle quote latte ottenendo, anche per loro, l’applicazione di alcune parole magiche: deroga, slittamento, esclusione. Insomma, cercano sponde politiche. Inattesa e graditissima è stata quella del sindaco di Roma Gianni Allemanno, ieri alla manifestazione: ha promesso la richiesta in sede Anci della organizzazione di una manifestazione dei Comuni marini (tra cui Roma) a Bruxelles. Anche Pierferdinando Casini – dall’opposizione – ha detto di volersi adoperare per la categoria, ma salvaguardando la direttiva europea e auspicando, al più, uno slittamento dei termini che non potranno essere al 2015 ma neppure al 2030 come richiesto da alcune associazioni. I balneari hanno incassato anche la solidarietà di Francesco Rutelli, Antonio Di Pietro, di esponenti del Pd e del Pdl. Sono tutti d’accordo con loro: forse dovrebbero preoccuparsi.