I 26 giorni dello Studio ovale – di E.Bumiller, D.E.Sanger, R.W.Stevenson

15/04/2003
       
       
      Pagina 14 – Esteri
       
       
      Tutti gli uomini della guerra
      i 26 giorni dello Studio ovale


              I 26 giorni appena trascorsi sono stati i più stressanti, i più densi di emozioni e i più agitati del secondo presidente Bush alla Casa Bianca. Questi 26 giorni hanno rivelato un Bush intollerante delle critiche sulla strategia di guerra, e un Bush depresso, posto davanti alle morti sul campo di battaglia, alla cattura di donne tra i prigionieri di guerra. Con disgusto, rivolgendosi ad un membro del suo consiglio di guerra, ha criticato gli iracheni, che «combattono alla stregua di terroristi». Ma allo stesso tempo Bush ha anche mostrato di essere paziente e di voler dare qualche possibilità di riuscita al piano di guerra mostrando di essere determinato a lasciare tutte le strategie di attacco nelle mani del comandante in capo, il generale Franks.
              Bush ha sempre mostrato di essere un individuo abitudinario, che ha una vita regolare, anche quando negli schermi televisivi si vede soltanto il caos. Bush ha sempre rispettato le sue abitudini: brevi briefing la mattina alla sei, meeting del consiglio di guerra, la sua quotidiana attività motoria, la sua solita preghiera, e quindi a letto presto. E i weekend a Camp David
       
       
      La casa Bianca

      Paure, sfide e manie delle "menti" del conflitto

      Queste settimane hanno mostrato un´immagine inedita del presidente Usa
      Per i suoi collaboratori Bush non ha mai avuto dubbi sull´esito delle operazioni
      Quando ha visto la statua di Saddam a terra, ha esclamato: «L´hanno abbattuta!»
      Domenica scorsa ha festeggiato il ritrovamento dei sette prigionieri


      ELISABETH BUMILLER

      DAVID E. SANGER
      RICHARD W. STEVENSON

      WASHINGTON – 19 marzo. Il piano di guerra approvato da Bush nella Situation Room della Casa Bianca la mattina del 19 marzo rimase inalterato per sole sei ore. Già nelle prime ore del pomeriggio, George J. Tenet, direttore della Cia, aveva ricevuto una straordinaria soffiata da una spia irachena: Saddam con ogni probabilità quella notte si trovava in un determinato bunker della zona sud di Bagdad. Tenet si precipitò al Pentagono per inoltrare l´informazione al segretario alla Difesa Donald H. Rumsfeld e al generale Richard B. Myers, presidente del joint chiefs of staff. Nel frattempo il generale Franks aveva ricevuto la stessa informazione da alcuni agenti della Cia sul campo, e aveva ordinato a due cacciabombardieri Stealth F-117 di decollare, nel caso il presidente avesse dato l´ordine di colpire. Alle 3.30 del pomeriggio i tre uomini si trovarono nello Studio Ovale, insieme a Condoleezza Rice, consigliere per la sicurezza nazionale. Bush ascoltò impassibile la notizia – hanno riferito i suoi consiglieri – mentre il gruppo analizzava l´affidabilità dell´informazione e i possibili rischi dell´operazione. «Colpire presentava delle buone chance di riuscita», ha rivelato uno dei partecipanti alla conversazione. «Avrebbe potuto avere delle conseguenze molto positive». Ma il gruppo sprecò tempo discutendo come un bombardamento così fulmineo avrebbe potuto «influenzare il resto di quanto era stato pianificato». Senza dimenticare il danno che ne sarebbe conseguito qualora l´informazione si fosse rivelata sbagliata.
      Alle 7,12, tre minuti prima di quella che il generale Franks aveva indicato come la scadenza del tempo utile a prendere una decisione, Bush decise che valeva la pena rischiare. «Ok, colpiamo», disse. Alle 9,30 ora di Washington, il bunker era stato bombardato e circa 45 minuti dopo Bush parlò alla nazione. Nel corso di un discorso di quattro minuti esatti, pronunciato dallo Studio Ovale Bush disse: «Per mio ordine le forze della coalizione hanno iniziato a colpire obiettivi selezionati di importanza militare».
      Almeno apparentemente, Bush, non fece nemmeno una piega. Soltanto prima di rivolgere il suo discorso alla nazione, mimò un pugno nell´aria dicendo «bene!» ad un suo collaboratore presente nella stanza. Alle 10,40 era di ritorno nei suoi appartamenti alla Casa Bianca, davanti alla televisione insieme alla moglie Laura. Ad un certo punto sullo schermo passò un sottotitolo della televisione via cavo che informava i telespettatori che il presidente e la first lady erano andati a dormire: l´ufficio stampa al piano di sotto aveva fatto il suo dovere, rassicurare che tutto era sotto controllo. A quel punto Bush secondo un amico che gli parlò pochi minuti dopo a telefono, disse alla moglie: "Uups… meglio che andiamo a letto."
      21 marzo. Quel venerdì, proprio come aveva fatto suo padre durante la prima guerra del Golfo, Bush partì per Camp David. Chiese a Roland W. Betts, suo compagno dai tempi di Yale e suo intimo amico, di fargli compagnia. I due trascorsero il sabato a fare passeggiate, ad esercitarsi nella palestra di Camp David, a guardare le notizie dal fronte alla televisione.
      22 marzo. Quel weekend finì con Bush che visse il momento peggiore della guerra dal punto di vista tattico ed emotivo. Quella domenica, si svegliò presto nella sua baita di Camp David, e fu immediatamente informato che alcuni soldati americani apparentemente erano stati presi prigionieri nella città irachena di Nassirya. Gli riferirono anche che una di loro era una donna, Shoshana N. Johnson. «Questo lo turbò molto», disse poi Betts. Shoshana è una dei prigionieri di guerra ritrovati in vita ieri.
      23 marzo. Come previsto, Bush tornò alla Casa Bianca e nel suo primo botta-e-risposta con i giornalisti dopo l´inizio della guerra, cercò di ridimensionare le aspettative. «E´ palese che occorrerà tempo prima di raggiungere i nostri obiettivi, ma ormai siamo in ballo, siamo risoluti e avremo successo», disse in quell´occasione.
      25 marzo. A metà di quella settimana erano già numerosi quanti criticavano e mettevano in discussione l´esiguità delle forze alleate presenti in Iraq e si chiedevano per quale motivo la Cia non avesse previsto una simile agguerrita resistenza da parte dei paramilitari nel sud dell´Iraq. I collaboratori di Bush affermano che il presidente non ebbe mai dubbi in proposito, anche quando andava esercitando pressioni su di loro per essere tenuto aggiornato sulla situazione.
      26 marzo. Mercoledì, accingendosi a fare un discorso presso il Comando Centrale del quartiere generale degli Stati Uniti a Tampa in Florida, il presidente cancellò dai suoi appunti una frase, in cui si diceva che il piano di guerra era in anticipo sui tempi. Egli preferì invece dire: «La strada che abbiamo intrapreso non è facile e potrebbe rivelarsi lunga».
      28 marzo. Venerdì Bush uscì dallo Studio Ovale, attraversò la hall, ed entrò nella Sala Roosevelt per incontrarsi con un gruppo di veterani. A loro disse: «Non so quando avrà inizio la battaglia di Medina, Tommy – il generale Franks – non me l´ha ancora detto, ma mon abbozziamo scelte di ripiego alla Casa Bianca. Non cambiamo i nostri piani a seconda degli editoriali sui giornali», disse ai veterani. Quindi partì per Camp David.
      31 marzo. Lunedì Bush riprese a controbattere. Andato a Filadelfia disse ai membri della Coast Guard che lo avevano accolto con giubilo che in soli 11 giorni le forze della coalizione avevano preso il controllo di gran parte dell´Iraq occidentale e meridionale. «Giorno dopo giorno ci stiamo avvicinando a Bagdad. Giorno dopo giorno ci avviciniamo alla vittoria».
      1 aprile. Il giorno seguente ebbe luogo la svolta decisiva. Poco prima delle 5 del pomeriggio Rumsfeld chiamò Bush per informarlo che il soldato semplice Jessica D. Lynch era stata portata in salvo da un ospedale di Nassirya. «È fantastico! Provo grande gioia!» esclamò il presidente. In giornata i soldati americani avevano conquistato buona parte dell´aeroporto internazionale di Bagdad, arrivando in vista della capitale. La veloce avanzata inspirò l´ottimismo. Quello stesso giorno un Bush palesemente più effervescente si recò a Camp Lejeune in North Carolina e ai 12mila marines che lo applaudivano disse: «la morsa si sta stringendo su Saddam Hussein». Più tardi, in forma privata, fece visita ai famigliari di alcuni marines uccisi. Ascoltò le loro storie, guardò le foto di famiglia, parlò ai bambini i cui padri non sarebbero più tornati a casa. «Gli si spezzò il cuore – ha spiegato un suo collaboratore – quello è sicuramente il momento più duro del suo lavoro».
      4 aprile. Il giorno dopo le truppe della terza divisione di fanteria dell´esercito americano avevano il controllo totale dell´aeroporto di Bagdad. Bush si riunì nella sala Roosevelt con una dozzina di esiliati iracheni, desiderosi di ricevere la loro fetta di azioni della nuova Bagdad. Come ha riferito un partecipante alla riunione, Bush con l´umore alle stelle, riferì loro che gli Stati Uniti avrebbero «spellato lentamente» le mani di Saddam Hussein e tagliato le gole ai suoi «sgherri».
      Rumsfeld ha inviato al presidente Bush una lettera nella quale gli proponeva di far arrivare gli esiliati in Iraq e di affidare loro il controllo del sud del paese. Questo avrebbe dato ad alcuni beniamini del Pentagono, compreso Ahmad Chalabi – capo dell´Iraqi National Congress – un notevole vantaggio sulla leadership del paese. Ma Powell a questa proposta si allarmò.
      Nel frattempo esplose un´altra controversia, quella inerente il modo in cui era da definirsi il ruolo che avrebbero avuto le Nazioni Unite. Rice aveva detto infatti che soltanto i paesi che avevano versato "sangue e denaro" avrebbero governato l´Iraq. E aveva aggiunto che le Nazioni Unite avrebbero avuto un ruolo di "primaria" importanza, ma limitato essenzialmente agli aiuti umanitari.
      8 aprile. Blair doveva dimostrare di avere ancora peso nella questione. Incontratisi in Irlanda del Nord all´inizio di quella settimana, il presidente Bush e il primo ministro inglese Tony Blair infine stabilirono di utilizzare la parola "vitale" per descrivere il ruolo che intendevano affidare all´Onu nel futuro Iraq – sebbene persino Powell abbia in seguito ammesso di non capire che cosa tale parola voglia dire esattamente.
      10 aprile. Quel pomeriggio Bush non poté esimersi dal ricordare ai giornalisti che l´Iraq non potrà essere ricostruito in un giorno. «Sapete, è incredibile. La statua di Saddam è stata abbattuta mercoledì scorso e già i titoli dei giornali lamentano disordini. Non scherziamo: la situazione è caotica perché Saddam ha creato le condizioni perché così fosse. Ha lasciato dietro di sé terrore e odio. Ci vorrà del tempo per stabilizzare il paese».
      Ma mercoledì scorso, interrompendo un meeting nello Studio Ovale con il presidente della Slovacchia, Bush ha spezzato per la prima volta la sua routine, osservando alla televisione gli iracheni che festeggiavano portando in giro per le strade la testa della statua di Saddam. «L´hanno abbattuta!», ha esclamato. Uno dei suoi collaboratori ha poi commentato: «Sapeva che quella non è la fine, ma ha cominciato a intravedere l´inizio della fine».
      Domenica pomeriggio, scendendo dal suo elicottero personale, Bush è parso più sereno delle ultime settimane. Ha festeggiato il ritrovamento dei prigionieri di guerra e ha personalmente indirizzato un messaggio al popolo iracheno: «Siete liberi! La libertà è meravigliosa!».


      copyright New York Times- La Repubblica
      traduzione di Anna Bissanti