Hotel di lusso: battaglia all’ultima suite

20/02/2001


ECONOMIA
HOTEL DI LUSSO – BATTAGLIA ALL’ULTIMA SUITE


Grandi affari a 5 stelle
Si riaprono i giochi per la Ciga. E mentre sul mercato si scontrano giganti, designer e reaparecidos, la Bulgari stringe un’inedita alleanza con la Marriott.
di 
 
DIAMANTE D’ALESSIO
da New York
16/2/2001
Una sala dell’hotel St Regis di Roma
A.A.A. cercasi acquirente per hotel-mito come il Danieli di Venezia, il Cala di Volpe e il Pitrizza in Costa Smeralda, il Principe di Savoia di Milano, l’Excelsior di Roma. Musei più che alberghi, con costi di manutenzione proibitivi. Si riaffacciano sul mercato 25 degli hotel più belli del mondo (quasi tutti in Italia), che facevano parte dell’ex gruppo Ciga prima di passare alla Starwood Hotels & Resorts, colosso del settore alberghiero specializzato nel superlusso.

Si riaprono così i grandi giochi in un settore, quello degli alberghi a cinque stelle, che sembra godere di ottima salute. Perché, nonostante l’aria di recessione che tira negli Stati Uniti, i ricchi veri, quelli cioè che si possono permettere di spendere più di 500 dollari a notte, sono tanti. Per attirare questi generosi clienti, un albergatore di rango come Rocco Forte si è rimesso in pista e ha appena inaugurato una catena di grande charme nelle capitali europee; il geniale Ian Schrager continua l’aggressiva campagna acquisti per ampliare il suo portafoglio di hotel di design; perfino la Bulgari apre una sua catena.

Il gigante degli alberghi di lusso, comunque, rimane la Starwood che ha appena presentato risultati record per il 2000: la crescita del fatturato del gruppo quotato a Wall Street, e proprietario di 735 alberghi in 80 paesi, suddivisi in marchi prestigiosi come Sheraton, Westin, St Regis e W, è stata del 13 per cento e gli incassi sono lievitati dai 3,8 miliardi di dollari del 1999 ai 4,3 del 2000. In più sono in arrivo i circa 4 mila miliardi di lire della vendita dei gioielli della Ciga, società che sembra non trovare pace: è la quarta volta in una quindicina di anni, infatti, che cambia proprietario. L’Aga Khan li comprò nel 1985 dal finanziere Orazio Bagnasco e li rivendette nove anni più tardi alla Sheraton che, nel 1998, fu preda a sua volta della Starwood. «In questo caso è diverso» spiega a Panorama Dan Gibson, senior vicepresident della Starwood, «siamo nella fase conclusiva della trattativa con un paio di banche europee interessate esclusivamente all’acquisto delle proprietà immobiliari. Abbiamo tutte le intenzioni, infatti, di mantenere la gestione di questi alberghi che sono il nostro fiore all’occhiello. Possiamo considerare, tuttavia, la possibilità di rinunciare completamente a un paio di hotel dell’ex pacchetto Ciga. Come il Gritti di Venezia, per esempio, un albergo di sole cento stanze, situato in una città dove possediamo altre cinque proprietà».

«Il nostro punto di forza nei confronti di catene come Marriott e Hilton» continua Gibson «è l’estrema personalizzazione dei nostri marchi. Chi sceglie uno Sheraton vuole stanze comode e dal look conservatore: per questo abbiamo utilizzato colori sobri e stoffe a righe regimental. I Westin, invece, sono di una categoria leggermente superiore e sono stati pensati per attrarre anche una clientela femminile, mentre i St Regis e la Luxury Collection rappresentano il top del top, con proprietà uniche al mondo frequentate esclusivamente dai più ricchi del pianeta dove, per ogni cliente, ci sono 2,5 persone di servizio. Poi ci sono i nuovissimi W che calamitano una clientela hip e giovane». Successo clamoroso quello dei W: 3.087 stanze suddivise in 11 hotel presenti nelle città più importanti degli Stati Uniti che possono vantare una media di occupazione costante dell’80 per cento. Marchio nuovissimo nato dall’intuizione del trentottenne amministratore delegato della Starwood, Barry Sternlicht, che ha capito che bisognava diversificare: i W, infatti, puntano su un design minimalista ma assai stylish.

Il precedente a cui si è ispirato Sternlicht è quello del patto d’acciaio tra Ian Schrager, l’inventore del concetto di boutique-hotel, e Philippe Starck, il principe dei designer. Il primo, riuscitissimo, esperimento fu il Royalton aperto una decina di anni fa a Manhattan; l’ultimo, appena inaugurato, è l’Hudson, sempre a New York. Ma ce ne sono altri sei tra Miami, Los Angeles e Londra. Il loro minimo comune denominatore è il tasso altissimo di celebrity che li frequentano.

Una strategia non condivisa da Rocco Forte, che ha appena inaugurato il fascinoso Hotel de Russie a Roma e che spiega a Panorama: «Sono contrario agli alberghi di design estremo perché invecchiano molto facilmente e, soprattutto, attraggono una sola tipologia di cliente. Invece, un albergo di lusso deve diventare un landmark della città e deve essere pensato per resistere al tempo». Nel 1996 un’offerta pubblica di acquisto ostile della Granada gli soffiò l’impero di oltre mille alberghi creato dal padre e ora sir Rocco ha ricominciato da zero. Con sette alberghi di extralusso: «Sono convinto che ci sia spazio» continua Forte «per una catena esclusivamente europea, attenta ai dettagli. Per questo cerco proprietà in posizioni prestigiosissime ma non troppo grandi, in modo da poter offrire un servizio all’altezza. Ho trovato un palazzo a Venezia che sarebbe perfetto per essere convertito in albergo e ho trattative in corso anche a Milano, a Berlino, Vienna, Praga e Madrid. L’obiettivo che mi sono imposto è un ritorno del 15 per cento dopo tre anni di gestione. E, per adesso, sembrano traguardi pessimistici: nonostante l’inizio della recessione dell’economia americana, nel mondo ci sono moltissimi ricchi. Molti di più di quanti ce ne servano per riempire le stanze dei nostri alberghi, per fortuna».

La pensa allo stesso modo Adrian Zecha, fondatore degli Aman resorts sparsi nelle località più esotiche del pianeta, come Bali e Bora Bora, e che sono considerati la quintessenza della raffinatezza: «Quando inaugurai il primo, l’Amanpuri di Phuket in Thailandia, nel 1987» afferma Zecha «mi presero per pazzo perché facevo pagare 250 dollari a notte. Ora faccio pagare una media di 600 dollari e ho un tasso di occupazione del 70 per cento in tutti gli 11 resort». Quella di Zecha è una strategia vincente: è stato calcolato che ognuna delle stanze degli Aman resorts genera poco meno di 600 mila dollari all’anno, mentre quelle di una catena di alberghi di superlusso, ma più cittadini, come il Four Seasons, arrivano appena a 162 mila dollari.



L’albergo di lusso va a banda larga
Per conquistare la clientela top, Internet veloce, sauna e lettori cd
Facile dire cinque stelle. Per essere davvero di lusso un albergo deve avere un indirizzo prestigiosissimo, strutture di grande rappresentanza e cura maniacale dei dettagli. La Starwood ha brevettato l’Heavenly bed, letteralmente letto paradisiaco, appena introdotto in 40 mila stanze del gruppo (costo dell’operazione: 30 milioni di dollari): materasso di extralusso, piumino d’oca avvolgente e cinque cuscini di misure e consistenze diverse. «Ma anche la tecnologia è essenziale» spiega Marco Ferrari, responsabile divisione europea della Starwood, «per questo abbiamo creato le Smart meetings room: sono stanze dotate del collegamento modem con linea Isdn, stampante, fax, scrivania, sedia ergonomica e lampada alogena».
Nelle stanze degli alberghi di Ian Schrager, invece, oltre al collegamento Internet a banda larga c’è il lettore di cd con una decina di compact a disposizione dei clienti. Frequentatissima, anche dai non clienti dell’albergo, è la spa dell’Hotel de Russie di Roma: sempre più alberghi di lusso, infatti, offrono trattamenti di bellezza di alto livello e oasi per il relax totale.



 
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