Hooters Girls pronte allo sbarco in Italia

08/09/2003

      Domenica 07 Settembre 2003


      La Storia

      di Stefano Carrer



      Hooters Girls pronte allo sbarco in Italia


      Un simbolo dell’America compie vent’anni e si appresta a sbarcare in Italia. Non è esagerato parlare di prototipo di una cultura e un ambiente per la catena di ristorazione Hooters, che vuole rappresentare un’alternativa casual e divertente ai tradizionali punti di ristoro. È un’America dalle radici provinciali e un po’ retro’, incarnata (è il caso di dirlo) dall’elemento di continuità che ha garantito negli anni il successo della formula: le Hooters Girls, che fanno sconfinare il ruolo di cameriere in quello di ragazze-immagine. Niente a che vedere, però, con il look da modelle diafane: sono le belle ragazze americane della porta accanto, ovvero il tipo della surfista vivace, sorridente e prosperosa. Il loro sex appeal è quindi contenuto nei contorni della loro divisa di ordinanza: scarpe da ginnastica bianche a collo alto, calzettoni bianchi, collant color carne che si perde in pantaloncini sgambati di raso arancione, maglietta o top bianco. Oggi sono 15mila, ma nel tempo sono già state 200mila. Dall’anno prossimo potrebbero essere anche italiane, visto che l’azienda manda all’estero un team di training, ma poi tende ad assumere bellezze locali, lasciando all’ambientazione e al cibo la caratterizzazione specificamente americana. «Ci interessa molto poter esportare in Italia la nostra formula – afferma Greg Michael, vicepresidente della Hooters of America di Atlanta per franchising e amministrazione -. Stiamo già vagliando alcune proposte, ma non ci interessa arrivare con uno o due ristoranti, come abbiamo fatto nel nostro primo assaggio di espansione in Europa in Inghilterra, Svizzera e Austria. La nostra idea è quella di individuare uno o due partner, in modo da poter aprire, poniamo, 5 ristoranti al Nord e 5 al Sud». Michael scarta quindi gli operatori più piccoli: «Per essere nostri partner di franchising, occorre una disponibilità liquida di almeno 4 milioni di dollari, e ogni ristorante richiede un investimento iniziale di 800 mila dollari». Michael ha da poco firmato l’accordo di cessione dei diritti per la Croazia e la Grecia. «Rispetto ai 38 locali aperti l’anno scorso, quest’anno contiamo di aprirne 50 – continua – per lo più negli States, ma anche in America Latina. E poi sarà la volta dell’Europa». Proprio in un momento in cui tante catene di ristorazione incontrano difficoltà finanziarie e commerciali, Hooters sta raddoppiando il suo tasso di sviluppo e oggi conta su quasi 350 ristoranti in 43 stati Usa, di cui 27 all’estero. Il giro d’affari di quella che è diventata la decima catena Usa di ristorazione dovrebbe arrivare quest’anno a 750 milioni di dollari, ma i dettagli non sono disponibili, in quanto Hooters of America fa capo interamente all’imprenditore del settore alimentare Robert H. Brooks, che non ha intenzioni di quotarsi in Borsa, anche se il gruppo continua a crescere in direzioni diverse: dalle sponsorizzazioni sportive a linee di cibi e salse, fino al lancio, nel marzo scorso, di una compagnia aerea, Hooters Air, sulla East Coast. Due anni fa Brooks – 66 anni e idee chiare del tipo buon cibo, birra fredda e ragazze carine non passano mai di moda – ha finalmente concluso una lunga battaglia legale con i fondatori, che per vari anni ha frenato l’espansione del gruppo. Ora il nucleo originario, raccolto nella Hooters Inc, resta a parte, con i diritti su alcune aree del Paese come Tampa, Chicago e Manhattan. Furono sei amici senza esperienza nel settore della ristorazione (di cui due italo-americani, il venditore di liquori Gil di Giannantonio e un ex gestore di stazioni di servizio, "Uncle Billy" Ranieri) a lanciare la formula nel 1983, in Florida. E italo-americano è stato il manager di un singolo ristorante che più ha contribuito a salvare l’esistenza della società: il baffuto e peloso Vince Gigliotti, che si travestì nel 1995 da Hooters Girl, con tanto di parrucca bionda, per dimostrare l’assurdità dell’inchiesta lanciata dalla Equal Employment Opportunity Commission, che accusava la società di discriminare i maschi sul posto di lavoro. Dopo la performance di Gigliotti e una «marcia su Washington» di un centinaio di Hooters Girls, la commissione sulle pari opportunità ha deciso di lasciare perdere. Ma Hooters ha poi dovuto pagare 3,75 milioni di dollari per porre fine a una class action di un gruppo di uomini, che si sentivano discriminati dal fatto che la società riserva in esclusiva alle ragazze il compito di accoglienza e di servizio ai tavoli. Il Settlement ha stabilito che «essere donna è ragionevolmente necessario» per svolgere le mansioni di Hooters Girl. Il 75% della clientela, del resto, è costituita a uomini, per lo più tra i 25 e i 54 anni. Dalla provincia, culla del suo successo, Hooters più recentemente è approdata anche nelle grandi città (ultima San Francisco). A Manhattan, in effetti, la formula Hooters si perde un po’ nella caleidoscopica offerta di opportunità dell’attigua area di Times Square. Ma resta il suo profilo originale. Profusione di legno, dai tavoli alle pareti; pioggia di monitor tv su eventi sportivi (in Italia, ovviamente, sarà calcio e non baseball); cucina appartata ma a vista; musica rock e vendita di memorabilia. Il menù è abbastanza vario, annaffiabile con birra o vino ma non con superalcolici: non solo hamburger e sandwich, ma insalatone e piatti di pesce, e, su tutto, le caratteristiche alette di pollo fritto. Prezzi abbordabili, ma anche una «americanata» da 149 dollari, il «Gourmet chicken wing dinner»: 20 ali di pollo e una bottiglia di Dom Perignon. Con l’ennesimo sorriso arriva il conto, personalizzato da una firma: «Thank you! Debbie».