«Ho fatto 37 lavori in dieci anni»

06/10/2003






4 ottobre 2003

    CRONACHE
    Flessibilità record
    Professione: contratto a termine
    «Ho fatto 37 lavori in dieci anni»
    Da Stewart sui treni a operaio e tecnico di laboratorio,
    il racconto del milanese Marco Tinto: «Fiuto il mercato»

    MILANO —E’ stato qualche anno fa, poco dopo aver perso il venticinquesimo posto di lavoro e poco prima di trovare il ventiseiesimo, che Marco Tinto si è all’improvviso accorto che il suo curriculum, così com’era, non poteva funzionare.
    «Troppe pagine, troppo scritto, troppo tutto, un caos…». Quale datore di lavoro avrebbe mai potuto orientarsi in quel romanzo di qualifiche, diplomi, diplomini, stage, corsi e referenze? Molto più funzionale, invece, personalizzare il curriculum o, come dice lo stesso Tinto, «adattarlo alle esigenze del futuro datore di lavoro». Esempio. Cercano uno da laboratorio?
    E Tinto presenta le sue referenze tecniche. Cercano un operatore nel sociale? E lui squaderna le sue esperienze da educatore. Cercano uno steward per navi da crociera? E lui esibisce il suo brevetto di navigazione. Ha funzionato. Ora Marco Tinto, che ha 31 anni, vive con i genitori all’ottavo piano di un palazzone in zona Niguarda a Milano, sguardo sveglio, buona presenza, ha appena archiviato il suo trentasettesimo lavoro in poco più di dieci anni (sì, 37) e si prepara a segnare una nuova tacca sul suo curriculum-romanzo: cuoco, cuoco part-time, «magari all’estero». Marco Tinto non è solo un cacciatore di mestieri, «tutte occupazioni in regola, niente in nero» tiene a precisare: è una sorta di Zelig del mercato del lavoro. Il suo curriculum pare il catalogo di una Camera di commercio. Ha fatto di tutto, di più. Il montatore di stand. L’operaio. Il tecnico di laboratorio. Il manutentore di scuole. Il tecnico assemblatore. L’addetto ai controlli di qualità. Ha lavorato agli imbarchi dell’aeroporto di Linate. Sui treni come steward notturno. Negli alberghi come portiere e come segretario di ricevimento. Alle Poste. Nei call center. Come animatore per l’Uisp. Si muove nel precariato come un pesce nell’acqua. E’ un professionista degli uffici di collocamento, delle agenzie interinali, delle riviste specializzate. Ha collezionato stage e diplomi di ogni tipo. La sua regola, dice, «è muoversi in anticipo, annusare l’aria, capire quando un settore comincia a decollare, ma anche quando un filone è in via di esaurimento». La sua è la fotografia, magari un po’ estremizzata, di un mercato del lavoro che di opportunità ai giovani ne offre anche, perlomeno al Nord, ma poi fatica terribilmente a dare sicurezze e spesso anche qualità occupazionale. Il nomadismo di Marco Tinto inizia presto, quando ancora frequentava la scuola da tecnico di industrie elettriche ed elettroniche: «Nel tempo libero, vendevo litografie a domicilio». Un po’ per avere qualche bigliettone in tasca, «un po’ perché non posso permettermi di stare con le mani in mano», ma soprattutto «per curiosità». Ha lavorato a Milano, in molte zone della Lombardia, arrivando fino a Londra,«portiere d’albergo». Adesso che ha trentuno anni, che per la prima volta nella vita sogna una casa tutta sua, ma si rende conto che «senza un posto sicuro nessuno ti darà mai un mutuo», Marco confessa che «tutto questo girare comincia a pesarmi». Ma del suo passato è orgoglioso. «Ho visto tanto, ho conosciuto tanto, ho imparato ad arrangiarmi…». Non sono mancati i bocconi amari. «Ogni situazione lavorativa ha una storia a sé. Ci sono state aziende in cui mi sono trovato bene, ma quando ho cominciato a cullare ambizioni di carriera, di miglioramento, è andato tutto a rotoli. Una volta perché penalizzato dai tagli di personale. Un’altra dalle logiche di mobilità interna. Pagavo inevitabilmente la debolezza della mia posizione contrattuale». Ma ci sono stati anche momenti in cui è stata sua la scelta di fare le valigie. «E sotto questo aspetto, la condizione di precario può anche essere un vantaggio» spiega con tono da esperto. Basta sapersi organizzare: «Il passo fondamentale è decidere mentalmente di lasciare un posto. Dopodiché, visto che un preavviso di 24 ore è sufficiente per avere comunque diritto al trattamento di fine liquidazione, si parte con la girandola di colloqui e solo quando hai la certezza di avere un nuovo contratto in tasca, molli il precedente e salti sull’altro». Come Tarzan, da una liana all’altra. In questo modo, però, Marco di disoccupazione ne ha masticata poca. Nel 2003 ha lavorato per una società finanziaria (trentaseiesima occupazione) e poi in un call center (trentasettesima). Certo, anche la versatilità ha le sue controindicazioni. Capita a volte che alcuni datori di lavoro, alla vista dello sconfinato curriculum di Marco, si spaventino: «Cominciano a chiedermi il motivo di tanto girovagare e, inevitabilmente, arrivano alla conclusione che sono inaffidabile». Il papà sogna per lui una scrivania e uno stipendio sicuri. Marco è tentato. Ogni inserzione è come il canto di una sirena.

    Francesco Alberti