Hanno colpito l´uomo che credeva nelle riforme

20/03/2002


La Stampa web





ritratto
Francesco Manacorda
(Del 20/3/2002 Sezione: Interni Pag. 2)
IERI SUL «SOLE-24 ORE» L´ULTIMO SCRITTO: UN APPELLO AI SINDACATI
Hanno colpito l´uomo che credeva nelle riforme
E´ stato consulente di tanti governi e della Commissione europea Le nuove norme sui licenziamenti la sua ultima «battaglia»

POICHÉ in Italia abbiamo il peggior mercato del lavoro d´Europa non vi sono davvero alternative. Ignorare le richieste di modernizzazione provenienti da Barcellona sarebbe in fondo una scelta egoistica, propria di chi pensa a sé stesso e non immagina un futuro migliore per i propri figli. La solidarietà è effettiva se davvero si cerca di costruire una società diversa e più giusta». Le ultime parole scritte dal professor Marco Biagi stanno sulla prima pagina del Sole 24 ore di ieri mattina e sono un appello al mondo sindacale italiano perché scelga la strada del negoziato con il governo anche alla luce delle conclusioni del Consiglio europeo dello scorso fine settimana. Un tema, quello della riforma del mercato del lavoro che da venticinque anni era il fulcro della vita accademica e professionale del professor Biagi e che in questi ultimi mesi lo porta – anche in qualità di consulente del ministro del Welfare Roberto Maroni – ad andare a fondo nelle polemiche sull´articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, opponendosi alle contestazioni dei sindacati con parole assai nette: «La vera questione di principio non è affatto l´articolo 18, visto che non è in discussione la giusta causa di licenziamento, ma un mercato del lavoro ingiusto che lascia ancora oggi poche speranze a chi non abbia la fortuna di aver già trovato occupazione». Una posizione la sua, che non è però di scontro a tutti i costi con i sindacati, ma che cerca sempre la mediazione, come quando qualche giorno fa propone di mettere sul piatto dello scambio anche maggiori garanzie per i neoassunti al Sud, di cui il governo non ha finora parlato. L´occupazione, l´accesso dei meno garantiti, la convinzione che sotto troppe regole il mercato del lavoro può anche soccombere, tutto questo s´intreccia nel percorso intellettuale e professionale del professore che fa delle riforme la sua unica bussola. Tra i libri che pubblica c´è un titolo dissacratorio come «Il diritto dei disoccupati», all’Università di Modena dove insegna Diritto del lavoro e di Diritto sindacale italiano e comparato non si limita a fare lezione, ma è anche delegato del rettore per l´orientamento professionale dei giovani che escono da quell´ateneo. A Bologna, la città dove era nato 52 anni fa, dove viveva e dove ieri sera è stato ucciso, ha anche un posto di professore aggiunto in relazioni industriali comparate alla John Hopkins Univesity, l´ateneo statunitense con sedi in Italia.
Ma soprattutto Biagi è a fianco del ministro del Welfare Maroni con lo stesso ruolo che aveva ricoperto in passato anche durante il governo Prodi con l´allora ministro del Lavoro Tiziano Treu e poi con Bassolino, sempre portando avanti le sue linee di pensiero. Con Maroni al ministero del Welfare Biagi diventa il vero motore delle riforme sul mercato del lavoro. Conosciuto e stimato dagli interlocutori è tra gli estensori del Libro Bianco sull´occupazione e sempre a lui viene affidato il compito di redigere lo Statuto dei Lavori che nelle intenzioni del ministro dovrebbe ridisegnare l´impianto del diritto del lavoro, aprendone i confini anche al vasto mondo dei lavoratori atipici. Impegno da «tecnico» e ancora impegno da accademico. Insegna, interviene sempre più spesso sui quotidiani e cinque giorni fa sottoscrive assieme ad altri cento nomi del mondo accademico e professionale l´appello «dalla parte del lavoro» lanciato dal professore e parlamentare del Polo Renato Brunetta. Sempre nelle ultime settimane i rapporti con la Cgil diventano più tesi. Il segretario generale Cofferati lo attacca a distanza, durante il convegno confindustriale di Torino, citandolo come esempio – anche se non lo nomina mai, di «collateralismo» tra governo e mondo delle imprese. Una ruggine, quella con la Cgil, che del resto ha radici anche nel passato recente. Proprio Biagi era stato il cervello dietro al costruzione del «Patto per il lavoro» di Milano, nato sotto l´egida del city manager cittadino Stefano Parisi – oggi direttore generale di Confindustria – e firmato il 31 gennaio 2000 dal sindaco Gabriele Albertini, dalle associazioni imprenditoriali e da Cisl e Uil, ma non dalla Cgil che consuma in quel caso la rottura con gli altri sindacati confederali. Ma niente di più sbagliato che dipingere un Marco Biagi a una sola dimensione, schiacciato sulle posizioni di un governo liberista e di un mondo imprenditoriale che sull´articolo 18 si mette in rotta di collisione con i sindacati. Il suo ambiente è quello dell´accademia emiliana, quella rete di relazioni amicali oltre che professionali, cementate dai libri ma anche dalle gite in bicicletta, che si sviluppa nei pensatoi bolognesi come il Mulino o l´Arel di Beniamino Andreatta. Una rete che si spinge in Europa con le consulenze alla Commissione di Bruxelles, che guarda con interesse e molto da vicino al al mondo anglosassone, come testimoniano l´incarico alla John Hopkins University o il libro sul «trade union act» britannico pubblicato nel 1986. Così non è un caso che adesso lo pianga Enrico Letta, che ha preso il testimone di Andreatta alla guida dell´Arel, o che da Bruxelles lo ricordi con dolore un concittadino come Stefano Manservisi, vicino ai Ds bolognesi e ora capo di gabinetto di Romano Prodi. Biagi stesso, parlando due settimane fa proprio con il nostro giornale, rivendicava la sua linea di continuità passata per molti governi: «Le innovazioni sull´articolo 18 non possono scandalizzare nè il sindacato nè l´Ulivo perché non sono una trovata del centrodestra, ma erano state veicolate lungo tutta la passata legislatura e rilanciate in modo ancora più stringente dalle proposte avanzate da Treu, come senatore dell´ulivo, nell´ultimo scorcio di quella stagione». Da Treu a Maroni, passando per tutte le esperienze dell´Ulivo («ho collaborato anche con Bassolino e marginalmente con Salvi» rivendicava il suo percorso di uomo fermo nelle sue convinzioni tra ministri e governi che cambiavano: «Ne sono orgoglioso perché ciò che conta è che le idee si facciano strada».