Hamburger indigesto

02/08/2002

1 agosto 2002 – Anno XLVIII – N. 31

ECONOMIA

FAST-FOOD/ IL CASO MCDONALD’S ITALIA
Hamburger indigesto

I gestori minacciano di chiudere. Per la crisi e le altre royalties imposte dalla casa madre. Che rilancia e offre uno sconto.

di Giuseppe Nicotri

Da quest’anno l’addestramento Mcdonald’s – una sorta di laurea in “hamburgerologia” obbligatoria per chi apre un punto vendita – si potrà fare a Milano anziché a Chicago. Ma questa facilitazione non ha portato la pace tra quel centinaio di gestori, un terzo più o meno dell’intera catena, che da qualche mese ha cominciato a mugugnare. Qualcuno ha già chiuso bottega. È accaduto a Benevento, Salerno, Termoli. Altri minacciano di seguire: si parla di 30-40 punti Mc che potrebbero abbassare le saracinesche o essere ceduti alla casa madre, già alla testa di 74 dei 325 McDonald’s d’Italia. Un imprenditore con le spalle larghe come l’amministratore delegato della Bulgari Francesco Trapani, che aveva investito sul business, è appena uscito, sia pure senza clamore.
Partito da Brasile, Uruguay e Australia, lo sboom del panino all’americana sbarca anche in Italia. La spia del malessere è la protesta per le percentuali che ogni licenziatario di punto Mc deve pagare alla casa madre. Si tratta del 25 per cento del fatturato depurato dell’Iva: il 15 per cento per l’affitto del ramo d’azienda, il 5 per le royalities e il restante 5 come contributo alle spese di pubblicità (20 milioni di euro l’anno). Dagli Stati Uniti la corporation è corsa ai ripari mandando in Italia un nuovo direttore generale, David Baney, anche per evitare imbarazzi a Mario Resca, presidente e socio della McDonald’s Italia che qualcuno in Forza Italia vorrebbe ministro degli Esteri. Dal 10 luglio Baney ha contattato via e-mail gli contenti, 40 dei quali ad aprile hanno varato l’Associazione Licenziatari Franchisee Italiani (Alfi). Baney propone di dimezzare sino al 2006 il 15 per cento prelevato per l’affitto, fermi restando però gli arretrati maturati sinora, e spesso pagati con le cambiali. Non vengono azzerati nemmeno gli interessi già maturati, sia pure rateizzabili anch’essi sino al 2006.
«La casa madre deve riconoscere che questo brutto periodo non è dovuto a errori nostri, bensì a una crisi generale della quale non è giusto far pagare il peso solo a noi». Dice Mario Zurlo, licenziatario di un Mc a L’Aquila. E aggiunge: «In realtà, è troppo caro tutto il sistema Mc, e noi facciamo fatica a far quadrare i bilanci».
«Far quadrare i bilanci? E come si fa. Io fatturo quasi 3 milioni di euro l’anno, e sono in perdita, come del resto molti altri», spiega Marino Migliucci, gestore a Latina di due Mc e un Burghy marchio che fa sempre capo alla McDonald’s: «Se la casa madre continua così, non si va da nessuna parte. Io però sono ottimista. Non credo che la McDonald’s voglia suicidarsi, e immagino che Resca ci tenga alla sua reputazione. Motivi per cui spero che vogliano assorbire, riacquistandoli, i punti vendita in perdita». Migliucci nel novembre 2000 aveva aperto un ristorante Mc in un cinema multisala a L’Aquila, chiudendolo già nel 2001 perché perdeva troppo. La McDonald’s ha riconosciuto l’errore della scelta del posto e l’ha rimborsato.
«Per un ristorante medio le spese di solo acquisto dei macchinari, quelli che sfornano patatine e hamburger, arrivano più o meno a un miliardo», assicura Guido Freda, licenziatario di un Mc aperto a Benevento all’inizio del 2001 e chiuso nei giorni scorsi dopo una guerra di comunicati con McDonald’s Italia approdata in tribunale. Freda lamenta anche l’usanza di far firmare solo all’ultimo momento il contratto di franchising, che dura 20 anni: «A me è stato fatto leggere e firmare solo 24 ore prima dell’apertura del locale, e non sono l’unico». Che lo scontento monti è parso chiaro il 25 giugno a Rimini, quando l’assemblea dei consorziati di Mc Coop Italia ’96, la società del gruppo che si occupa della pubblicità e della quale tutti i licenziatari hanno l’obbligo di far parte, ha bocciato il bilancio con 46 voti contrari su 91 presenti.
«Si trova nei guai solo chi non ha seguito i nostri standard qualitativi», ribatte a muso duro Alfredo Pratolongo, responsabile delle comunicazioni esterne di McDonald’s Italia, che si dice comunque fiducioso: «Non credo ci saranno licenziatari che usciranno dal sistema Mc: in 15 anni ricordo solo 10 casi si abbandono».