“Habemus 2″ Lo spettro del relativismo investì Einaudi e Popper (G.Giorello)

22/04/2005

    venerdì 22 aprile 2005

      Dopo l’invito del Papa a non lasciarsi ingannare dalle «mode del pensiero» si riapre il dibattito sulle correnti ideologiche

        E lo spettro del relativismo investì Einaudi e Popper

        Giulio Giorello

          MILANO - Nell’omelia alla messa Pro eligendo romano Pontifice celebrata lunedì scorso nella Basilica di San Pietro, prima del conclave che lo ha eletto papa, Joseph Ratzinger ha ammonito i cristiani a non lasciarsi «ingannare» dalle «mode del pensiero», dalle «correnti ideologiche» che nel recente passato avrebbero scosso la barca di Pietro. Dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo; dal collettivismo all’individualismo radicale; dall’ateismo a un «vago misticismo religioso»; dall’agnosticismo al sincretismo: ce n’è per tutti. Ma il nemico pubblico numero uno pare quello che molti chiamano il relativismo, e che Ratzinger accusa di essersi ormai trasformato in una sorta di «dittatura» che «non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le proprie voglie». Non intendo associarmi a chi con faciloneria e scarso sforzo di immaginazione liquida tali posizioni come «fondamentaliste» o «oscurantiste» (e sarà da vedere se, ora che è pontefice, Ratzinger le vorrà riprendere). Piuttosto, mi preme far notare come lo spettro del relativismo sia un’etichetta di comodo per stili di vita e forme di pensiero estremamente diverse e sovente incompatibili tra loro.

            IL PENSIERO LIBERALE
            Che c’entra, per esempio, il liberalismo con la new age e le espressioni di «vago» misticismo? È davvero solo una «moda» quel pensiero liberale che ha dato sostanza a esperimenti politici come gli Stati Uniti, dopo la vittoriosa guerra d’indipendenza, o alle altre forme di «società aperta», capaci di realizzarsi contro sistemi dispotici e di resistere all’offensiva dei totalitarismi del ’900? Che ne è di quel particolare liberalismo che si è schierato a difesa dei cattolici laddove erano discriminati o perseguitati? Infine, cosa resta di quel cattolicesimo liberale che tanto ha dato alla stessa Italia, non solo alla teoria, ma anche alla pratica della politica – da Sturzo a De Gasperi? Certo, il liberalismo ha un’aria di famiglia con il libertinismo. Lo sapevano bene pensatori come John Stuart Mill, che riconoscevano il proprio debito ai «libertini» che avevano pagato talvolta con la vita la loro passione per la conoscenza fuori da ogni vincolo religioso o politico. E Karl Popper era solito riconoscere, quasi con una punta di civetteria, che il liberale altro non era che un libertario timido. Il confine passava, come spesso capita in questa tradizione di pensiero, che è alla radice dell’Europa (e degli Usa) non meno che il Cristianesimo, tra una libertà normale e l’eccesso di libertà. Ma quale libertà non è eccessiva, quando è in gioco una completa fioritura umana? Popper, come Mill, aveva a modello l’impresa scientifica, ove la possibilità del confronto, ed eventualmente del conflitto, tra le più diverse linee di ricerca significa crescita della conoscenza e abbondanza di occasioni – anche sul piano economico e tecnologico.

              LO SPIRITO CRITICO
              Sovente si spaccia l’esercizio dello spirito critico e la costruzione di un sapere fallibile e rivedibile come assenza di responsabilità e cedimento a qualsiasi protervia. Ma chiunque abbia mai davvero partecipato a questa paziente e faticosa impresa sa che è tutto il contrario. Ciò che spirito critico e società aperta consentono è che qualunque punto di vista abbia i propri difensori pubblici; quello che esigono è che la difesa non si limiti a imposizioni o scomuniche, bensì porti delle ragioni. Questo è «relativismo»? Non ho paura delle parole, ma allora sono relativisti anche Jefferson e Cattaneo, Einaudi e Popper. Comunque sia, non c’è qui traccia alcuna di dittatura, perché il nucleo della tradizione liberale è la consapevolezza che fare tacere anche uno solo è un danno, ancor prima che per lui, per il resto della comunità.