“Habemus 1″ Nemico degli applausi, passato da innovatore (A.Cazzullo)

20/04/2005

    mercoledì 20 aprile 2005

    Al Concilio Vaticano II fu progressista, poi potenziò il Sant’Uffizio
    Nemico degli applausi, passato da innovatore
    La sua battaglia contro la messa trasformata in show: «Si è perduta la liturgia

      Aldo Cazzullo

        CITTÀ DEL VATICANO – «La liturgia non è uno show. È del tutto contraddittorio introdurvi pantomime in forma di danza, che spesso finiscono poi negli applausi» (Joseph Ratzinger, Introduzione allo spirito della liturgia , San Paolo, 2001). Applausi molti, al suo nome declinato in latino: Iosephum . Un brusio di delusione all’annuncio del suo nome da Pontefice: Benedetto XVI. «Là dove irrompe l’applauso si è di fronte al segno sicuro che si è del tutto perduta l’essenza della liturgia, sostituita da una sorta di intrattenimento a sfondo religioso».

          Più che con le parole, rapide e dimesse, Papa Ratzinger ha esordito con i gesti. Ora solenni, ora gioiosi. Poi ha riunito i cardinali elettori per cena. «Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a Lui! Quanta superbia!». Chiamato a sostituire il Papa morente nella Via Crucis, Ratzinger ha annunciato tempi difficili, forse terribili. Perso Giovanni Paolo II, ha preso in mano la transizione. Ha sepolto il suo amico. Ha vietato ai porporati di rilasciare interviste. È tornato a metterli in guardia sui segni dei tempi nell’ultima omelia. Poi li ha condotti in Conclave, richiamando chi si era smarrito nel Palazzo apostolico: per di qui.

            «Si dimenticano il gregoriano, Palestrina e Bach. Persino in chiesa si suona musica pop e rock: espressione di passioni elementari, che nei grandi raduni hanno assunto caratteri di controculto, opposto al culto cristiano». Quanto a lui, suona il pianoforte: Mozart e Beethoven. Il primo appuntamento con i giovani sarà nella sua Germania, a Colonia. Il biografo Andrea Tornielli ( Ratzinger, custode della fede , Piemme, 2002) scrive che rimase perplesso di fronte alle folle giubilari.

              La sua giovinezza fu scandita dal nazismo e dalla guerra. Nato il 16 aprile 1927 nella campagna bavarese, a Marktl am Inn, in una casa di due piani più solaio dai tetti spioventi, figlio del capo della gendarmeria «che soffriva a vedere i suoi figli nella Hitlerjugend e a servire uno Stato guidato da uomini che considerava criminali». Da grande voleva fare l’imbianchino, fino a quando non vide passare un cardinale «con la sua imponente veste porpora». Arruolato nei servizi ausiliari della contraerea, dopo il crollo della Germania Ratzinger entra con il fratello maggiore Georg nel seminario di Frisinga. Prete a 24 anni. Dottore a 26, tesi sull’ecclesiologia di Sant’Agostino; correlatori due grandi dell’epoca, Gottlieb Söhngen e Michael Schmaus, che sulle sue pagine finirono per litigare in pubblico, il primo a favore, il secondo contro.

                Professore di dogmatica a 30, grazie a un lavoro magistrale su San Bonaventura da Bagnoregio e sul suo Itinerarium mentis in Deum, il viaggio della mente verso Dio. Ha scritto Giancarlo Zizola che il pensiero di Ratzinger è racchiuso fra questi due estremi: il pessimismo teologico e il disincanto sulla storia e sulla natura di Agostino, e l’ottimismo cosmico di Bonaventura, l’uomo cui toccò l’eredità di San Francesco e quindi il compito di conciliare utopia e istituzione. «La Chiesa non è nata con il Concilio Vaticano II».

                  Settembre 1984 per Ratzinger fu un mese intenso. Mentre lavorava con Vittorio Messori al suo libro-manifesto, Rapporto sulla fede, espresse la condanna della teologia della liberazione; invitò l’episcopato del Perù che aveva a sua volta emanato un documento di condanna a riscriverlo in quanto non abbastanza duro; mise sotto accusa l’ex allievo Leonardo Boff; impose all’episcopato americano di ritirare dal commercio un catechismo per adulti che aveva venduto un milione e 600 mila copie. Quando anni dopo Martini propose un Concilio Vaticano III, Ratzinger rispose: «Non è il momento. Quando San Basilio fu invitato a un nuovo Concilio a Costantinopoli rispose: "Non ci vado più. Questi Concili creano solo confusione"». «Il concetto di autorità quasi non esiste più. Dire "abbiamo la verità" appare all’uomo moderno come qualcosa di antidemocratico e intollerante».

                    Al Concilio Vaticano II Ratzinger era andato. E aveva giocato un ruolo che gli valse la fama di progressista. Al seguito del cardinale di Colonia Joseph Frings, principe vescovo di antico stampo, conservatore ma insofferente del primato della curia romana. E la curia era innanzitutto il Sant’Uffizio del cardinale Alfredo Ottaviani. Neppure Ratzinger lo amava: conosceva lo stile degli inquisitori curiali; tra i suoi maestri, accanto a Urs von Balthasar ed Henri de Lubac, aveva annoverato il grande biblista Friedrich Maier, a lungo sospettato di eresia. Così l’8 novembre 1963 Frings lesse le parole ispirategli dal suo consigliere: «Il modo in cui il Sant’Uffizio procede è fuori dai tempi, porta solo danno alla Chiesa ed è di scandalo per i non cattolici».

                      Diciotto anni dopo sarebbe toccato proprio a Ratzinger dirigere il Sant’Uffizio, dal nome mutato: Congregazione per la dottrina della fede. «Non sono cambiato io. Sono cambiati loro». La fama di innovatore era piovuta su Ratzinger già dall’avvio del Concilio per un altro intervento di Frings, sul rapporto fra ricerca storica e interpretazione biblica.

                        «Accadde come con la tesi di dottorato: non fui capito. Mi fu impossibile farmi comprendere», annota Ratzinger nel saggio Il sale della terra (San Paolo, 1997). Dilagava l’idea che «la Chiesa non potesse insegnare più nulla che non reggesse alla prova del metodo storico- critico di analisi della Bibbia». Per lui invece non c’era altro da cercare al di fuori delle Scritture: «Cooperatores veritatis», collaboratori della verità, scrisse sul suo stemma quando Paolo VI lo volle arcivescovo di Monaco. «A Küng andava bene così. Si sentiva più libero. Me l’ha confessato lui stesso».
                        Hans Küng fu privato del diritto di insegnare per conto della Chiesa nel 1979, secondo anno del pontificato di Wojtyla. Era stato collega di Ratzinger all’università di Tubinga per tre anni, dal ’66 al ’69. Küng amava irridere il rivale perché la sua aula era piena, quella di Ratzinger vuota. Ratzinger non diceva quel che gli studenti del Sessantotto volevano sentirsi dire. Quell’anno pubblicò il primo bestseller, Introduzione al cristianesimo . L’anno dopo tornò in Baviera. «Credo che per almeno un altro po’ il cardinale Martini dovrà fare il vescovo di Milano. Vediamo cosa decide il Santo Padre. Capisco bene il desiderio di Martini: ambedue siamo stati professori. Anch’io attendo con impazienza il momento in cui potrò ancora scrivere qualche libro. Lascio anch’io comunque tutto alle decisioni del Santo Padre».

                          Il Santo Padre Giovanni Paolo II, che aveva voluto Martini alla guida della diocesi di Milano, lasciò che si ritirasse, come desiderava, a Gerusalemme. Ratzinger, invece, non poté lasciare Roma, e dovette continuare a scrivere i suoi libri nei ritagli di tempo. Tra i due, ha raccontato Joaquín Navarro-Valls, Wojtyla era il filosofo e Ratzinger il teologo. Un rapporto strettissimo durato ventidue anni, con due momenti di disaccordo. Giovanni Paolo II mitigò in una lettera le critiche di Ratzinger alla teologia della liberazione, definita «non solo utile, ma necessaria». Il futuro Benedetto XVI criticò Wojtyla quando nel ’94 annunciò l’intenzione di riconoscere alcune colpe storiche della Chiesa. L’unico altro ad avanzare obiezioni fu il cardinale Giacomo Biffi. «Ogni giorno nascono nuove sette. Avere una fede chiara viene spesso etichettato come fondamentalismo. Ogni giorno si realizza quanto dice San Paolo sull’inganno degli uomini, sull’astuzia che tende a trarre nell’errore».

                            Neppure i suoi sostenitori si attendevano lunedì mattina un’omelia tanto dura e ammonitrice. L’opposto di un discorso elettorale. Prima di entrare in Conclave, Ratzinger ha scrutato i tempi, e ne ha tratto motivi di ammonimento più che di speranza. L’unico ad annuire visibilmente è stato il cardinale Biffi. Gli altri hanno acconsentito nell’urna. «Dopo il grande Papa Giovanni Paolo II, i signori cardinali hanno eletto me, semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore». Nominato arcivescovo, aveva scelto come emblema l’orso. Ispirato da San Corbiniano, fondatore della diocesi di Frisinga, che sulla strada per Roma vide il cavallo che portava il suo bagaglio sbranato da un orso. Molto arrabbiato, Corbiniano ordinò all’orso di portare il fardello sino all’Urbe; obbedito, gli restituì la libertà. Ne La mia vita (San Paolo, ’97) Ratzinger non si paragona al santo ma all’orso: «Anch’io ho portato il mio bagaglio a Roma e oramai da diversi anni cammino con il mio carico per le strade della Città Eterna».

                              La sua passeggiata abituale era breve: dal palazzo del Sant’Uffizio, dove lavorava, a Porta Angelica, dove viveva. «Non so quando sarò libero. So che pure per me vale: "Sono divenuto la tua bestia da soma, e proprio così io sono vicino a Te"».