Guglielmo, sindacalista di un’Italia al tramonto

14/09/2007
    venerdì 14 settembre 2007

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    Personaggio
    Autunno caldo per ricomporre lo strappo Fiom

    Guglielmo, sindacalista
    di un’Italia al tramonto

      Il leader Cgil vittima delle tensioni tra Pd e “cosa rossa”

        Federico Geremicca

        Non sarà un «compleanno» né facile né felice quello che Guglielmo Epifani festeggerà il prossimo giovedì 20 settembre, giorno in cui diverranno cinque gli anni da lui trascorsi alla guida della Cgil. L’atto di «insubordinazione» della Fiom di Rinaldini e Cremaschi, il difficile referendum da condurre tra i lavoratori sull’accordo di luglio sul welfare e il trasferirsi in ambito sindacale delle crescenti tensioni politiche tra il nascente Pd e la costruenda «cosa rossa» sembrano infatti annunciare settimane difficili per il leader Cgil e la sua organizzazione. E questo dopo un autunno-inverno (quelli alle spalle) già assai complicati, per lui e i capi di Cisl e Uil, prima entusiasti sostenitori della passata Finanziaria e poi bersagliati di fischi dagli operai Fiat a Mirafiori.

        In realtà non è mai facile la vita per i leader sindacali – e della Cgil in particolare – quando a Palazzo Chigi è insediato un «governo amico». Ma per Guglielmo Epifani, se si vuole, stavolta è meno facile ancora, dovendo fare i conti con un problema antico e uno assai più recente. Il primo riguarda l’ancora frequente paragone col suo carismatico predecessore Sergio Cofferati: il leader, certo, dei tre milioni al Circo Massimo contro il governo di Silvio Berlusconi, ma anche delle feroci polemiche con il D’Alema presidente del Consiglio; il secondo – ed è storia di oggi – è lo «strappo» della Fiom, che rischia di trasformarsi nello strappo (fuori e dentro il sindacato) di un’intera area della sinistra, come ha dimostrato il botta e risposta di ieri con Fausto Bertinotti.

        E’ un guado assai difficile, insomma, quello che ha di fronte Epifani. Sotto l’incalzare dell’iniziativa della sinistra radicale e della Fiom dovrà portare a casa il sì all’accordo di luglio, contemporaneamente difendendo – però – la Cgil dalla contestazione di essere ormai il sindacato dei pensionati contro i giovani, cioè di un’Italia che tramonta. Né più semplice – soprattutto alla luce dei fischi dell’anno scorso – sarà la gestione del confronto sulla legge finanziaria, dove si tratterà di tirare la corda della trattativa senza però spezzarla, pena la fine del «governo amico» di Romano Prodi. E ancor più difficile, infine, rischia di essere la difesa dell’unità e dell’autonomia del suo sindacato, sottoposto a pesanti pressioni per la riorganizzazione dell’intera sinistra italiana. Stretta tra la nascita del Pd, il progetto di «cosa rossa» e il turbinoso vento del-l’«antipolitica», la Cgil rischia l’implosione: e Guglielmo Epifani lo sa. Inoltre, il tutto riporta alla ribalta una questione di cui si discute da tempo: l’idea di «Italia vecchia» che il sindacato rischia ormai di trasmettere. I nuovi lavori che si affermano e che cercano difesa e rappresentatività sommati alle «rivoluzioni» in atto nella sinistra politica fanno apparire ancor di più il sindacato come un monolite: immobile e immutabile, quasi un residuo – programmatico e organizzativo – di un’Italia che tra appena dieci anni rischia di non esserci più…

        E infatti i critici di Epifani si moltiplicano, imputando al segretario due responsabilità. La prima va sotto il nome di «balcanizzazione» della Cgil: cioè gli ampi (secondo alcuni eccessivi) margini di autonomia concessi alle Federazioni, il che rende poi più faticoso ricondurre le diverse organizzazioni a una posizione di unità. La seconda richiama, invece, a una linea giudicata da alcuni troppo ondivaga e condizionata dalle pressioni (interne ed esterne) della cosiddetta sinistra radicale. Questo secondo aspetto, in particolare, avrebbe pesato anche nella recentissima vicenda dell’accordo sul welfare. Inizialmente, infatti, Epifani è stato dell’idea prima di firmare con riserva, poi di sottoscrivere l’intesa per capitoli e solo infine di aderirvi insieme a Cisl e Uil. Questo, secondo i suoi critici (che naturalmente ragionano col senno del poi…), avrebbe lasciato alla Fiom margini e motivazioni per mettersi di traverso, contestare l’accordo e produrre uno «strappo» dalle conseguenze non ancora facilmente prevedibili.

        Che siano obiezioni fondate o no, dipende ovviamente dai punti di vista. Fatto sta, però, che Epifani deve farci i conti, come non bastessero già le innumerevoli rogne che ha. Né può contare su una sorta di «gioco di squadra» con i leader di Cisl e Uil, come pure tante volte in passato è accaduto ai suoi predecessori. Le leadership attuali, infatti, non sembrano avere né l’autorevolezza né la forza per aiutare il capo della Cgil a tirarsi fuori dai possibili impacci: «Bonanni non ha certo il carisma di Pezzotta o dello stesso D’Antoni – annota uno dei segretari Cgil -. E di Angeletti non è nemmeno il caso di parlare…». In più, col vertice diessino stressato dalla costruzione del Pd e la sinistra radicale alla ricerca di sponde nel mondo sindacale (sponde di cui va a caccia radicalizzando le proprie posizioni), Guglielmo Epifani non potrà contare su grandi sostegni nell’attraversamento del suo guado. Ma stavolta potrebbe perfino non essere un male, se è vero come è vero che molto spesso i leader si fortificano e crescono nel fuoco delle battaglie più dure.