Guerra dei prezzi nell’interinale

25/09/2002


                21 settembre 2002
                    ITALIA-LAVORO

                Guerra dei prezzi nell’interinale

                Mercato del lavoro – Crollano i margini di molte società che accusano: concorrenza a colpi di ribassi
                Alessandro Balistri

                MILANO – Il mercato si espande, i lavoratori aumentano, le missioni lievitano, le ore di lavoro si moltiplicano. Cresce tutto tranne i margini nel lavoro temporaneo. L’anno scorso gli utili delle agenzie sono stati falcidiati al culmine di una crisi di sviluppo e lo stato dell’economia di questi tempi non aiuta a recuperare reddivività. L’allarme sugli utili era stato lanciato la scorsa settimana dal presidente di Confinterim, Enzo Mattina: tra il 2000 e il 2001, undici tra le principali società del settore avevano aumentato il fatturato complessivo di quasi il 50% ma avevano visto crollare i propri utili da un dato positivo a una perdita netta. In prima fila sul banco degli imputati Mattina ha messo «una concorrenza impostata dalle stesse società come un gioco al massacro, frutto solo di ribassi di prezzo». Anche le imprese puntano il dito su questo tipo di competizione, accusando alcuni operatori di lavorare sottocosto e di falsare il mercato con ribassi eccessivi. Il presidente di Manpower, Maura Nobili, parla di «comportamenti distorsivi sul mercato che si ritorcono contro i diritti dei lavoratori temporanei». Manpower l’anno scorso ha fatturato 456 milioni di euro: «Abbiamo registrato – spiega – un net profit dello 0,8%. La tendenza è di riduzione dei margini: i nostri sono cresciuti del 25% mentre il fatturato è aumentato del 30». Anche Adecco lamenta una «concorrenza basata solo sul prezzo finale, con servizi forniti anche sottocosto», secondo Manlio Ciralli, direttore marketing della multinazionale in Italia. «Noi preferiamo migliorare la qualità del servizio fornito e non giocare al ribasso. Per favorire la redditività abbiamo anche lavorato sulla specializzazione, con marchi che operano solo sull’Information technology o nell’ambito economico finanziario». I risultati sembrano premiare la strategia: nel secondo trimestre i ricavi sono aumentati dell’8% a 214 milioni di euro mentre gli utili sono saliti a una velocità tripla (+24% a 17,8 milioni di euro). Mauro Gori, presidente di Obiettivo lavoro, stima una riduzione dei margini lordi del settore dal 20 al 15% nel giro di un anno e mezzo. «Noi non partecipiamo neanche alle gare al massimo ribasso, piuttosto ci orientiamo su azioni mirate per grandi clienti. A noi va bene la competizione ma c’è qualcuno che gioca sui soldi che vanno in tasca al lavoratore». La società ha razionalizzato la sua rete: «Tra gennaio e agosto siamo passati da 150 a 160 filiali: ne abbiamo aperte 47 e ne abbiamo chiuse 37 che non rendevano». A fine 2001 Obiettivo lavoro ha fatturato 198 milioni di euro, con un utile netto che sfiora il mezzo milione ma «quest’anno i risultati sono inferiori alle previsioni». La qualità del servizio è una parola d’ordine diffusa. La cita anche Andrea Casalgrandi, l’amministratore delegato di Worknet: la società l’anno scorso ha acquisito Cronos e insieme alla crescita propria ha raggiunto un giro d’affari di 96 milioni di euro, con un Mol in pareggio e un risultato netto negativo. Quest’anno passerà da 100 a 152 filiali e raddoppierà il fatturato. Casalgrandi è convinto soprattutto della centralità della formazione. «Il cliente deve tenere conto della tempestività e della qualità della risposta. Noi cerchiamo di fornire figure specializzate, su misura delle aziende: abbiamo avviato numerosi corsi insieme all’Isvor-Fiat e l’ultimo risultato è un nuovo centro di formazione creato a Rovigo». In quelle aree è concentrata Umana, società che ha scelto la strategia territoriale. Finora è stata presente nel Nord-Est e in Umbria e da poco ha fatto ingresso in Lombardia ed Emilia. «Nel 2001 – dice il presidente Luigi Brugnaro – abbiamo fatturato 47,5 milioni di euro, con un utile di 1,3 milioni. Noi mettiamo il valore della persona al primo posto e perciò puntiamo molto sui percorsi di orientamento e di automotivazione, non sul taglio dei costi». Per Metis questo sarà il primo anno in utile. La società creata nel 2000 da Unicredito ha chiuso il 2001 con ricavi per 39 milioni € e 1,2 milioni di perdita: nei primi sei mesi del 2002 è a quota 33,4 milioni e a fine anno conta di arrivare a un utile di un milione. «Per fortuna, siamo in controtendenza, ma in generale i margini si riducono perché molte società sono sottocapitalizzate e ricorrono al credito. E poi il mercato è limitato dai vincoli normativi: nei contratti di settore le quote per il lavoro interinale sono spesso ristrette». Tutti d’accordo sulla degenerazione di una parte della concorrenza, anche se nessuno se ne assume la responsabilità. La lotta è dura in un mercato giovane e quando si riducono i margini diventa più difficile sopravvivere, a meno che non si abbia alle spalle una struttura solida o si riesca a operare su una nicchia: di attività o territoriale. Ciralli (Adecco) si aspetta che nel giro di tre anni dalle 70 società di oggi si arrivi a 50-55 soggetti. La concorrenza non basta a spiegare le difficoltà nel far quadrare i conti. «La burocrazia assorbe l’80% dei nostri costi», lamenta Maura Nobili, risollevando la questione del contratto unico del settore. Le associazioni premono per semplificare le procedure di assunzione. «Oggi – spiega il direttore dell’Ailt, Alessandro Brignone – dobbiamo inquadrare il lavoratore con il contratto applicato nell’azienda in cui andrà, vale a dire con una delle oltre trecento normative in vigore. Confidiamo in una proposta di direttiva europea che prevede una deroga a questo principio, con un contratto tipo, fatte salve naturalmente le condizioni economiche, per le missioni fino a sei settimane». L’altro costo, che ricade sul prezzo finale, è il 4% destinato alla formazione: in Francia è all’1,8%, lamentano in coro le società. E all’unisono promuovono anche la scomparsa dell’esclusività dell’oggetto sociale: sono tutte ansiose di occuparsi anche di collocamento privato, come previsto nella riforma del mercato del lavoro.