Gucci punta a ridurre i costi per battere la crisi del lusso

20/05/2003




              Martedí 20 Maggio 2003
              Gucci punta a ridurre i costi per battere la crisi del lusso


              DAL NOSTRO INVIATO
              FIRENZE – «L’anno non è certo cominciato sotto i migliori auspici. Ci sono troppe incertezze, bisognerà vedere come andrà, soprattutto con la Sars: comunque sono fiducioso sulla seconda metà dell’anno». Difficile far dire di più a Domenico De Sole, presidente e amministratore delegato di Gucci. I risultati della trimestrale saranno comunicati solo tra un mese e De Sole non si sbilancia. Di certo, l’effetto Sars non è limitato all’Asia e la considerazione, precisa De Sole, vale per i marchi di lusso in tutto il mondo. All’economia opaca si è aggiunta prima la guerra in Iraq e poi la Sars. Quindi si è allargata l’emergenza terrorismo. De Sole parte da questo quadro: «C’è già stato un grosso calo di turisti e se questa situazione di emergenza continuasse a lungo ci sarebbe un effetto molto negativo». La Sars non si fa sentire solo in Asia: per la moda, legata al turismo, è un problema mondiale. Da Hong Kong il gruppo controlla tutta l’area del Far East, tranne il Giappone. «Finora stiamo soffrendo meno di quanto pensassimo». L’emergenza ha costretto a cambiare tattica («ma non strategia», si affretta a precisare De Sole). Così, i negozi hanno cominciato a contattare i clienti al telefono e a proporre alcuni articoli a domicilio, per invogliarli a comprare. E a fine mese dai negozi Gucci del Far East non arriverà nessuno per vedere la nuova collezione e fare gli ordini: abiti e borse saranno spediti a Hong Kong e probabilmente lo stesso succederà a luglio per la collezione uomo.
              Come si affronta l’incertezza? «Limando i costi» è la risposta di De Sole. «Quest’anno, per esempio, cominceremo a fare le prime spedizioni per l’autunno già a fine mese e non a luglio». Insieme ai costi, caleranno gli investimenti. Ma questa volta la Sars non c’entra. «Nel 2001 e nel 2002 – spiega De Sole – abbiamo investito 300 milioni l’anno. Più di due terzi per i nuovi negozi o per rinnovare quelli che avevamo. Quest’anno le spese di capitale si ridurranno molto e la tendenza continuerà nei prossimi due anni, con grande beneficio per il cash flow».
              Tra gli investimenti realizzati ci sono quelli sulle calzature, oggi sotto il diretto controllo del gruppo. «Ora abbiamo due stabilimenti di prototipi a Firenze e a Monsummano Terme (Pistoia). Poi, abbiamo acquisito quattro calzaturifici in Toscana e nelle Marche, dove i titolari sono rimasti soci. A ciò si aggiunge un’azienda in provincia di Milano dove facciamo prototipi per i gioielli: la nostra boutique di gioielleria a Roma sta andando benissimo».
              Il cuore di Gucci rimane la pelletteria, da cui arriva metà dei ricavi del gruppo. E la mano del marchio continuerà a essere anzitutto italiana. De Sole assicura che le incertezze non indurranno mai Gucci a produrre altrove. «Noi produciamo in Italia, tranne la cosmesi e una parte del prêt-à-porter in Francia, e gli orologi in Svizzera. La vera forza di Gucci è la grandissima cultura italiana del marchio».
              ALESSANDRO BALISTRI