“Guardie giurate” Italia a concorrenza vigilata

29/10/2007
      DEL LUNEDÌ
    lunedì 22 ottobre 2007

    Pagina 23 – Economia e i mpresa

    Guardie giurate
    Il settore è molto frammentato e regolamentato da una legge del 1931 ora sotto la lente di Bruxelles

      Italia a concorrenza vigilata

      L’obbligo di autorizzzione provinciale considerato barriera all’accesso

      Anna Zavaritt

      Ottocento operatori con più di mille licenze, 35mila addetti di cui più dell’80% «operativi» come guardie giurate, e un fatturato complessivo pari a circa 1,5 miliardi. È questa in sintesi la radiografia del settore della vigilanza privata in Italia, che oggi si trova ad affrontare uno snodo importante.

      L’associazione di categoria, Assiv, ha recentemente lanciato un grido d’allarme quanto all’attuale normativa vigente in Italia – troppo complicata e obsoleta sostengono gli addetti ai lavori – e con il rischio che dalla Corte di giustizia europea arrivi una decisione che non rispetti le peculiarità del mercato italiano.

      Quanto al primo punto, la legge – il Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza (Tulps) – è ferma al 1931 e questo non ha certo facilitato la crescita del settore, che ha registrato una battuta d’arresto negli ultimi due anni. Per aprire un’attività di vigilanza privata occorre infatti rivolgersi alle singole Prefetture del luogo dove si vuole operare e questo moltiplica le procedure e i costi, sostiene Assiv. Un argomento condiviso anche dalla Commissione europea, che già dal 2001 ha aperto una procedura disciplinare nei confronti dell’Italia per le diverse restrizioni limitative all’accesso al mercato italiano. Tra queste, in particolare, c’è l’obbligo di una licenza d’attività e un deposito cauzionale, senza che venga preso in considerazione quanto già soddisfatto nello Stato membro di stabilimento, nonché la limitazione territoriale dell’autorizzazione a ciascuna provincia.

      Proprio su questo argomento Assiv ha recentemente condotto un’indagine a livello europeo (Austia, Belgio, Francia, Germania, Inghilterra, Polonia, Repubblica Ceca, Spagna, Svezia e Svizzera), dalla quale emerge che nella maggioranza dei Paesi l’autorizzazione, se c’è, è unica e la licenza ha valore nazionale.

      Peraltro – si legge nella decisione della Commissione che è stata presa due anni fa – e poi deferita alla Corte – l’obbligo di autorizzazione del personale, senza che vengano presi in considerazione i controlli già effettuati, nonché l’esigenza di disporre di una sede in ciascuna provincia italiana o il controllo amministrativo dei prezzi, costituiscono «ostacolo alla libera circolazione dei servizi. Tutte queste disposizioni nazionali impediscono a qualsiasi prestatore di servizi legalmente stabilito in un altro Stato membro di proporre i propri servizi in materia di vigilanza privata o lo dissuadono dal farlo».

      Ma l’intervento di Bruxelles, se da un lato sprona a una nuova legislazione, dall’altro fa nascere tra gli operatori anche qualche timore. Perché mentre in Europa il mercato della sorveglianza privata offre servizi integrati dedicati alla persona come body guard, in Italia le voci maggiori sono quelle del piantonamento, pattugliamento e trasporto valori. Tutti sotto forma di vigilanza privata armata. E l’intervento della Commissione rischia di igmorare questa peculiarità tutta italiana, mettendo di colpo un mercato finora molto regolamentato e frammentato in concorrenza con i colossi europeri.