«Guanti e detersivi? Spesso devo portarli da casa»

05/12/2005
    domenica 4 dicembre 2005

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    CAPITALE/LAVORO

      «Guanti e detersivi? Spesso devo portarli da casa»

      Imprese di pulizia: un lavoro da «ultima spiaggia» per donne e migranti. Un’inchiesta della Filcams di Bergamo

      MANUELA CARTOSIO

      Un lavoro «di ripiego», «da ultima spiaggia», «da donne», molto faticoso, poco pagato e per nulla considerato. E’ l’oscuro (in molti sensi) lavoro nelle imprese di pulizia illuminato da un’indagine della Filcams di Bergamo, curata da Ada Franchi e Luca Agliardi, offerta come contributo conoscitivo al congresso della Cgil.

      Per la ricerca quantitiva è stato «somministrato» un questionario a 238 lavoratrici (solo il 3% di chi l’ha compilato è maschio). Per quella qualitativa sono state realizzate 27 interviste informali. Si tratta di un campione «privilegiato», non rappresentativo dei 7 mila addetti delle 333 imprese di pulizia operanti in provincia di Bergamo. Il questionario è stato distribuito nelle imprese di pulizia più grandi, le uniche dove il sindacato è presente, che hanno grossi appalti in ospedali, case di riposo, banche, aziende, centri commerciali. Il campione, quindi, risulta squilibrato sia per l’alto tasso di sindacalizzazione (78%) che per la bassa percentuale di stranieri (16%). Ciò nonostante, il dossier squaderna le durezze tipiche di questo mestiere.

      L’unico dato positivo è che l’88% delle intervistate ha un contratto a tempo indeterminato. L’instabilità deriva dai frequenti cambi di appalto: il 63% ne ha vissuto almeno uno, chi lavora nel settore da più anni ne ha collezionati parecchi. Dopo ogni cambio d’appalto – afferma una buona metà del campione – le condizioni peggiorano: ore di lavoro tagliate e quindi busta paga piùleggera, ma carichi di lavoro più pesanti. È l’ovvia conseguenza delle gare d’appalto al massimo rubasso.

      L’88& lavora part time, il 6% fa gli straordinari, solo il 18% ammette di arrotondare con altri lavoretti (tutti in nero, risuklta dalle interviste). Il salario per un part time viaggia sui 500 euro al mese. Il 43% ha «seri problemi economici». Basta questo a collocare le imprese di pulizia tra i grandi produttori di working poor. Perché ha scelto questo lavoro? «Non ho trovato di meglio», eisponde il 53%. Solo l’11% cita gli «orari flessibili», compatibili con le esigenze familiari, come motivo della «scelta». Nessuna pensa che lavorare in un’impresa di pulizia dia «buone prospettive per il futuro». Il 64% è inquadrata al secondo livello e lì resterà per sempre. Il 10% non sa quale sia il suo livello, una percentuale alta per un campione ipersindacalizzato. Ugualmente alto (13%) il numero che ritiene che il sindacato «può fare poco anche se ha buone intenzioni».

      Il problema più grande per il 39% delle intervistate è «lo scarso riconoscimento di impegno e fatica». L’87% sostiene di essere stata informata «sulle norme di sicurezza», ma spesso l’informazione si riduce alla raccomandazione di usare i guanti. Che magari mancano, visto che il 53% afferma che l’impresa – spesso e volentieri- non fornisce i materiali necessari. Compresi i detersivi che – scopriamo dalle interviste informali – qualcuno «porta da casa».

      Le italiane precipitano nel ciruito delle imprese di pulizia per una crisi matrimoniale o il fallimento dell’azienda in cui lavoravano in precedenza. Le migranti ci arrivano attraverso ilpassa parola delle reti etniche, inseguendo un lavoro fisso che dà poche soddisfazioni ma, almeno, assicura il rinnovo del permesso di soggiorno. La sveglia puntata sulle 5 di mattina è una costante nei racconti. Per lavorare quattro ore molte intervistate ne passano almeno due su corriere e autobus. Con il part time non si ha diritto alla mensa o al buono pasto; ci si porta il panino da casa. Il «supervisore» pretende che si lavori «di corsa» e non è mai contento del risultato. Sposta le persone a seconda delle «simpatie», il che disincentiva la già scarsa solidarietà tra colleghe.

      Racconta Cristina: «Se qualcuna lavora di meno, o è sempre stanca, o più fragile, viene subito presa di mira. Viene controllata di continuo e rimproverata davanti a tutte per essere umiliata. È successo anche a due ragazze disabili che lavoravano con noi. In generale il clima tra colleghe è di menefreghismo e di individualismo».