Grande distribuzione, sul lavoro serve un «gioco di squadra»

19/06/2002



19 giugno 2002 Economia pagina 33



        Al convegno della Filcams-Cgil a confronto le tesi delle società del commercio organizzato e del sindacato su problemi e aspirazioni dei dipendenti
           

        Grande distribuzione, sul lavoro serve un «gioco di squadra»

        La grande distribuzione negli ultimi anni ha conosciuto un considerevole sviluppo nella nostra provincia. Sono sorti diversi supermercati e iper e, di conseguenza, sono stati creati molti nuovi posti di lavoro. Ma – a distanza di qualche anno da questi importanti insediamenti – quali sono le condizioni di lavoro all’interno di queste grandi strutture?
        Per saperlo la Filcams-Cgil di Bergamo ha commissionato un’indagine alle ricercatrici Gloria Volpato e Silvia Zanolini allo scopo di tastare il polso dei lavoratori di questo comparto, nel quale il sindacato fa un po’ di fatica a penetrare.
        I risultati della ricerca sono stati presentati ieri mattina nel corso di un convegno promosso dalla Filcams tenutosi alla Borsa Merci, convegno che – sulla base appunto dei dati dell’indagine – ha messo a confronto le opinioni del sindacato con quelle dei dirigenti della grande distribuzione.
        Da una parte Maurizio Laini, segretario della Camera del lavoro di Bergamo, Ivano Corraini, segretario nazionale della Filcams, Mirco Rota e Paolo Agliardi, segretario e dirigente provinciale della Filcams; dall’altra Giuseppe Campus, amministratore delegato ipermercati del gruppo Lombardini, Gianni Moscatelli, direttore delle Risorse umane di Castorama, Maurizio Santini, coordinatore capi del personale di Esselunga Italia, Rinaldo Pigoli, del gruppo Rinascente.
        Si è trattato di un confronto pacato, senza polemica, introdotto da Gloria Volpato che ha sintetizzato i dati della ricerca, dai quali emergono risultati un po’ contraddittori: i lavoratori sono soddisfatti del lavoro anche se si sentono poco gratificati per l’impegno profuso, cercano (soprattuto perché donne) un lavoro flessibile che poi però non si concilia con le esigenze personali o familiari.
        Il sindacato ha evidenziato le difficoltà dei lavoratori a dialogare con le direzioni aziendali, i mancati riconoscimenti professionali, una flessibilità «cattiva» – come ha detto Corraini – che in realtà si coniuga soltanto con le esigenze dell’azienda e ben poco con le necessità dei lavoratori. «È un problema non solo e non tanto di salari – ha detto Laini – ma di qualità, formazione, gestione degli orari e del tempo, di organizzazione del lavoro, di riconoscimento delle professionalità». Problemi che dovranno essere presi in considerazione nelle trattative per il rinnovo dei contratti di primo e secondo livello.
        Dall’altro lato, i dirigenti delle società della grande distribuzione, hanno riconosciuto che ci sono alcuni problemi gestionali relativi alle turnazioni e agli orari di lavoro che non sempre vanno incontro alle esigenze di flessibilità dei lavoratori, che vanno valorizzate di più la creatività e il ruolo dei dipendenti, che occorrerà fare più attenzione alla comunicazione con i lavoratori; d’altro canto hanno detto di investire molto nella formazione e di corrispondere delle retribuzioni che sono allo stesso livello del settore dell’industria.
        Resta comunque il problema di fondo: i lavoratori della grande distribuzione cercano la flessibilità «buona», intesa come capacità di conciliare le proprie esigenze con quelle dell’azienda ma faticano a trovarla. E allora? Una soluzione l’ha prospettata Pigoli, del gruppo Rinascente: «Il lavoro di squadra – ha detto – potrà essere una risposta a questi problemi. L’abbiamo già introdotto in alcuni nostri punti-vendita e ha riscosso un ottimo risultato: gruppi di lavoratori si organizzano e gestiscono i propri orari di lavoro. Certo, ci vuole un notevole sforzo organizzativo e formativo, ma i risultati sono confortanti».


P. S.