Grande distribuzione: Nel commercio sviluppo a due velocità

27/11/2000

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Lunedì 27 Novembre 2000
italia economial
Grande distribuzione:
Un rapporto del Centro Einaudi-Sisim evidenzia dualismi di formule, grado di innovazione e imprese.
Nel commercio sviluppo a due velocità.
Modesta la liberalizzazione realizzata dalla riforma Bersani.
Tra i canali predominano i supermercati

Il settore distributivo è in mezzo al guado, tra retaggi del passato e difficoltà a imboccare con decisone la strada della innovazione, un dualismo trasversale che taglia settori, formule distributive, imprese e protagonisti del mercato. Un quadro complesso sullo sfondo di una riforma, varata al Governo nel ’98 e che fatica ad affermarsi pienamente per tutti gli ostacoli incontrati a livello delle amministrazioni locali.

Emblematico al riguardo il titolo scelto dal Centro Einaudi di Torino e dalla Sisim (società bresciana specializzata nello sviluppo di reti di vendita) per connotare il secondo Rapporto sulla distribuzione in Italia: «Un commercio a due velocità».

Sono numerosi i dualismi evidenziati dal Rapporto: tra alimentare e non food (il primo settore paga le scelte difensive con una mancata internazionalizzazione, mentre il secondo è il volano del made in Italy all’estero); tra distribuzione innovativa e conservatrice, oppure tra la modernizzazione distributiva nel Centro Nord e i ritardi del Sud: il ritardo di adozione dei formati moderni nel Mezzogiorno si traduce — si sottolinea nel Rapporto — anche in inferiori livelli di occupazione e minori redditi da lavoro distribuiti. Evidente inoltre il contrasto tra gli obiettivi di liberalizzazione della riforma Bersani e i risultati effettivi: questi ultimi assai più modesti rispetto alle ambizioni, nonché alle prime previsioni, sottolinea l’analisi Centro Einaudi-Sisim.

La riforma mancata. A tre anni di distanza dalla nascita di un provvedimento giudicato rivoluzionario (e federalista) e atteso per oltre vent’anni, gli esiti sono minimi. A livello locale le pressioni dei gruppi di interesse hanno spesso imposto di fare marcia indietro, rispetto all’intento originario della liberalizzazione. A due anni dalla fase 2 della riforma alcune Regioni restano ancora inadempienti, altre sono in fase di ulteriore delega ai Comuni. Tutte, o quasi hanno adottato testi più restrittivi della riforma Bersani, ricorda il Rapporto.

Alcune Regioni hanno moltiplicato tabelle e griglie cui attenersi, altre hanno istituito preventivi corsi di formazione. Altre ancora hanno reintrodotto le licenze (ridotte da 14 a due e quindi di fatto nettamente ridimensionate) cambiando nome a questo atto formale. Tutte o quasi le Regioni hanno fortemente limitato gli spazi operativi della distribuzione moderna, e ristretto gli ambiti applicativi della liberalizzazione a punti di vendita di superfici più modeste di quelle del testo originario. Quanto agli orari dei negozi, quasi nulla è cambiato: rifornirsi di pane fresco la domenica mattina continua a essere un sogno, così come acquistare un prodotto dopo cena o in un giorno festivo.

Un sondaggio Confesercenti — rileva il Rapporto — ha evidenziato il fatto che solo nel 12% dei negozi italiani la riforma ha cambiato qualcosa; l’88% dei commercianti non ha mutato l’offerta merceologica e appena il 18% ha modificato l’orario del proprio negozio. Si riscontra comunque una certa effervescenza imprenditoriale: tra il ’98 e il ’99 il saldo tra chiusure e aperture di negozi è ridiventato positivo, dopo anni di deficit continuo.

Il mercato. Il maggiore successo, in termini di crescita relativa, è negli anni recenti quello degli ipermercati; in termini di consistenza, i supermercati sono invece il formato di gran lunga più diffuso e presente in Italia, favoriti dal maggiore orientamento degli italiani verso i prodotti alimentari freschi. È ormai finito l’effetto novità per l’hard discount. In continua espansione l’interesse per i centri commerciali: le piccole e medie imprese hanno percepito il potenziale di questo formato, capace di assicurare loro ampi bacini di pubblico.

Nel Nord-Ovest la concentrazione di ipermercati e centri commerciali è molto alta, superiore a quella del Nord-Est. Tra Nord-Ovest e Sud le differenze si ampliano ancor più: quasi il 40% dei piccoli esercizi italiani al dettaglio ha sede al Sud.

Il franchising è in pieno boom: i franchisor sono circa 500; i franchisee oltre 26mila; il giro d’affari sfiora quota 22mila miliardi; quasi 73mila gli occupati. Però il 60% dei franchisee italiani si trova nel Nord.

La distribuzione italiana fa un limitato ricorso ai media e alla pubblicità. Mentre i retailer italiani — si legge nel Rapporto — sembrano fermi al volantino in buca, spendendo circa 300 miliardi di lire all’anno, gli investimenti dei loro colleghi tedeschi o francesi sono otto volte superiori.

Inoltre, le catene italiane non sono internazionalizzate (gli stranieri sono vicini al 30% del mercato negli iper); la distribuzione moderna pesa poco più del 50% delle vendite al dettaglio grocery. Il livello di concentrazione rimane modesto.

Infine il Rapporto rileva che si va diffondendo il business del consumo etnico, un trampolino per attività imprenditoriali per numerosi immigrati extra Ue.

Vincenzo Chierchia