“Governo” Troppo consenso frena le riforme

19/05/2006
    venerd� 19 maggio 2006

    Prima Pagina e pagina 16 – Editoriale

    Troppo consenso
    frena le riforme

      Carlo Bastasin

        SE la fragile maggioranza numerica del governo Prodi deve essere la ragione della sua forza politica, cio� il motivo della sua compattezza parlamentare, allora la stessa cosa dovrebbe avvenire per l’economia. Anche la situazione finanziaria del nuovo governo � fragile e anch’essa dovr� diventare ragione di un’azione forte e rapida.

          Per capacit� e caratura personale, le analogie tra Tommaso Padoa-Schioppa e Carlo Azeglio Ciampi sono molto confortanti, ma tra le analogie c’� anche il destino di dover governare l’economia italiana in condizioni di emergenza. Il quadro che i tecnici del ministero dell’Economia stanno presentando al nuovo ministro � gravoso. Senza interventi significativi, il debito pubblico salir� inevitabilmente verso il 110% del Pil entro l’anno prossimo. Bisogna intervenire sui conti pubblici senza ritardi per riportare le prospettive finanziarie del Paese sotto controllo e riattivare il circolo virtuoso che negli Anni Novanta Ciampi aveva potuto realizzare grazie alla caduta dei tassi d’interesse. Ora per� il risanamento dovr� avvenire con tassi d’interesse purtroppo crescenti.

            Al controllo dei conti andr� subordinata la disponibilit� di risorse finanziarie che i 24 ardenti nuovi colleghi di governo chiederanno al ministro dell’Economia per realizzare le loro promesse e il lungo programma di coalizione che li ha accompagnati alla vittoria elettorale. Se la priorit� del risanamento dei conti non sar� subito affermata dal governo rispetto agli impegni di spesa, difficilmente i mercati e gli stessi cittadini riterranno credibile un rinvio del rigore.

              In teoria economica questo � un tipico problema di �coerenza temporale�. Fuori dalla teoria e in parole semplici significa che le cose difficili o si fanno all’inizio di una legislatura o non le si fa pi�. Il primo obiettivo dovrebbe essere dunque quello di fermare la crescita del rapporto debito-Pil gi� quest’anno e di stabilire un piano pluriennale di riduzione del rapporto sotto il 100% entro la fine della legislatura attraverso un programma di stabilit� pluriennale concordato con la Commissione europea, di fatto coincidente con il Dpef e quindi con un dibattito pubblico di fronte al Paese.

                Si rischia di uccidere la piccola ripresa di questi mesi? Il rischio c’�, ma tanto vale non illudersi n� sull’aggancio alla locomotiva tedesca, che sta per trainare vagoni diversi dal nostro, n� sul rimbalzo – un po’ pi� di quello di un gatto morto, come dicono gli inglesi – della ripresa ciclica attuale.

                  Romano Prodi ha parlato chiaramente ieri di interventi sui grandi capitoli della spesa pubblica per tenere sotto controllo i conti dello Stato, ma una parte della cultura economica della coalizione di governo � ancora legata ai vecchi strumenti di gestione della domanda come forma di redistribuzione del reddito, di stimolo della crescita e di costruzione del consenso politico. E’ bene capire subito che la redistribuzione non crea consenso se non � accompagnata dalla crescita economica. E che i fattori della crescita sono quelli che alzano il livello di sviluppo potenziale e che si ottengono liberalizzando i mercati, attivando il mercato del lavoro (anche tagliando il cuneo fiscale), sfruttando lo sviluppo tecnologico e il capitale umano e facendo s� che i capitali si muovano con trasparenza verso i settori a pi� alta produttivit� a costo di far fallire quelli inefficienti. Se si vuole accompagnare il risanamento con la crescita, se si vuole dunque dare una scossa al Paese, allora � meglio scordarsi la spesa pubblica e prendere decisioni coraggiose su settori come banche e trasporti, energia e distribuzione. Sarebbe un errore esiziale cominciare subito a concordare con le parti sociali – sindacati, Confindustria, Confcommercio, Abi e poi avanti fino agli albi dei notai, dei giornalisti e chi pi� ne ha pi� ne metta – sentieri di consenso che finiscono per disinnescare le riforme. Non � una prospettiva esaltante per un governo che ha almeno un quarto dei suoi ambiziosi ministri con incarichi di assistenza sociale non ben precisati. Ma, come negli Anni Novanta, il tempo stringe e non � ben educato.