“Governo” Spunta l’ipotesi Marini

23/02/2007
    venerdì 23 febbraio 2007

    Pagina 5 – Primo Piano

    Retroscena
    Prodi ancora senza numeri

      Spunta l’ipotesi Marini
      Mandato esplorativo
      e governo istituzionale

      Augusto Minzolini

        ROMA

        Ore 14,30 di ieri. Nello studio di Palazzo Chigi dove il premier riunisce solo i fedelissimi va in scena l’autocoscienza di Romano Prodi con i prodiani. Ci sono i collaboratori dei momenti particolari, quelli che se il governo andrà a casa dovranno cercarsi un posto visto che non sono neppure parlamentari. Spiega il Professore stremato da una pressione che dura settimane: «Non mi va. O mi danno un mandato pieno e i numeri per governare o io in Parlamento neppure ci torno. Non ho voglia di stare sulla graticola. E al Senato a quest’ora abbiamo perso anche qualche voto rispetto a ieri. Per cui preparatevi, si va a casa. Torno in Parlamento solo se tutti i segretari della maggioranza mi daranno carta bianca, se saranno pronti a seguirmi su tutto, anche sull’Afghanistan. Se mi dicono no, stiano attenti: senza di me sono finiti per dieci anni».

        Un passo indietro: mercoledì sera, in uno dei vertici della maggioranza che si sono succeduti a ritmo incalzante dopo il «botto» del Senato. D’Alema ancora accusa sul volto il voto che lo ha crocifisso nell’aula di Palazzo Madama. Un’altra «via crucis» non gli va. Addirittura non vorrebbe tornare neppure a fare il ministro degli Esteri, in un esecutivo pieno di contraddizioni. Magari preferirebbe uno scambio di ruoli con Fassino. Ma il personaggio è un soldato e se la patria – cioè il centro-sinistra – lo chiamasse non saprebbe rifiutare. Detto questo lascia ai compagni di partito una riflessione che è un programma: «Se facciamo un governo raffazzonato, senza una linea chiara e numeri certi, rischiamo di cadere un’altra volta tra qualche mese. E a quel punto Napolitano sarebbe obbligato a sciogliere le Camere».

        Ora un passo avanti: metà pomeriggio di ieri, quando allo Studio alla vetrata il Capo dello Stato riceve i rappresentanti di uno dei piccoli partiti del centro-destra. Osserva Napolitano: «I numeri per la fiducia al Senato al momento Prodi non li ha. E’ fermo a 155 voti. Credo però che l’idea di andare alle elezioni sia sbagliata e controproducente. Con questa legge elettorale dal voto al massimo potrebbe venir fuori una situazione ribaltata: il centro-destra potrebbe conquistare la Camera ma si dovrebbe accontentare di una maggioranza risicata al Senato. Rischiamo di condannare il Paese all’ingovernabilità». Un discorso che trova l’interlocutore attento. Tant’è che l’alleato di Berlusconi risponde: «Vede, Presidente, io sono per le elezioni, ma non per andarci subito. L’idea di cambiare la legge elettorale prima, mi sembra più che ragionevole…».

        Passa mezz’ora e lo stesso personaggio parla degli stessi argomenti nello studio di Berlusconi a Palazzo Grazioli. Il circo Barnum che ruota attorno al Cavaliere sta già andando in scena: gli intelettuali amici chiedono le elezioni a gran voce e il popolo dei «fax» suona lo stesso spartito. L’ex premier, al solito, è indeciso. Da una parte deve accontentare Bossi che vuole dare voce alla piazza. Dall’altra ascolta il fido Letta che gli raccomanda di non chiedere le elezioni a Napolitano. Per cui Berlusconi si prepara a ponderare le parole, ben sapendo che se chiede le elezioni ora non le avrà mai, mentre con un minimo di ragionevolezza potrebbe strapparle fra un anno. Risultato: salirà al Colle con questo schema in testa: «Caro Presidente, io sono per il voto subito, ma se lei ha un’altra proposta sono pronto ad ascoltarla». Insomma, la porta ad un governo «istituzionale» o «tecnico» resta aperta.

        Ecco perché, almeno a ieri sera, l’ipotesi di un ritorno di Prodi a molti appariva improbabile, ridotta a un lumicino, mentre si faceva largo l’ipotesi di un mandato esplorativo da affidare al presidente del Senato propedeutico a un governo istituzionale affidato allo stesso Marini per lasciare la presidenza del Senato a un esponente del centro-destra come Pisanu. Una situazione scaturita, soprattutto, dalle difficoltà incontrate da Prodi e dal centro-sinistra di arruolare senatori dell’opposizione e di riassorbire i due-tre della sinistra radicale che sono orientati a non votare il rifinanziamento della missione in Afghanistan. «Abbiamo fatto il possibile – confidava nel pomeriggio il capogruppo di Rifondazione Russo Spena – ma con Turigliatto non ci siamo riusciti. Come Diliberto difficilmente riuscirà a convincere Rossi». Anche il «suk» sulla compravendita dei voti non ha avuto – almeno a ieri sera – un esito migliore per il governo: Follini ha continuato a tergiversare, mentre Lombardo ha chiesto in cambio la costruzione del ponte di Messina. In più ieri il senatore Pallaro dopo aver annunciato il voto contrario al Professore è salito sull’aereo per l’Argentina. Cossiga ha detto che voterà contro una «riedizione» di Prodi e lo stesso Andreotti ha fatto sapere di pensare ad altro. Stesso discorso vale per i corteggiamenti all’Udc di Casini. «Ho detto a D’Alema – racconta Mastella che conosce bene l’amico “Ferdi” – che era inutile quando ci ha provato. E ho ripetuto la stessa cosa a Rutelli e Fassino. Casini con Diliberto non ci sta».

        Un discorso che ripete pure l’interessato il quale, però, ha una sua idea sulla crisi: «Noi – spiega il leader dell’Udc forse per schermirsi – non siamo interessati a un allargamento della maggioranza. Vogliamo una fase nuova. Ecco perché si arriverà alla replica di Prodi. Questa maggioranza non ha intenzione di ammettere che non è autosufficiente né numericamente né politicamente. Tenterà solo di strappare qualche voto qui e là. Andrà ad una soluzione di basso profilo che farà comodo solo a Prodi. Per ogni altra ipotesi manca la fiducia: D’Alema e gli altri si fidano di me ma non di Berlusconi, pensano che la sua disponibilità ad un altro governo nasconde il proposito di prenderli di infilata per andare alle elezioni. E visto che non si fidano non hanno intenzione di imbarcarsi in un drammatico regolamento di conti con Prodi. Tutto inutile. Io parto per la montagna». Un’analisi che condivide lo stesso Fini: «Pier Ferdinando è realista. Quelli minacceranno i dissidenti e riporteranno Prodi alla Camera per una soluzione che durerà 15 giorni o sei mesi. Un governo fotocopia con i Ds logorati: il voto del Senato è un altro sfregio a D’Alema».