“Governo” Spunta la tesi della congiura

22/02/2007
    giovedì 22 febbraio 2007

    Pagina 5 – Primo Piano

      Fassino tratta con i centristi
      Spunta la tesi della congiura

        Latorre: asse Vaticano-Usa. Fassino tratta con i centristi Prodi propone un «governo del premier», no degli alleati

        Francesco Verderami

          ROMA — È il giorno dei sospetti e dei rancori. I sospetti di chi, come il dalemiano Latorre, osserva quel che si è appena consumato nell’aula del Senato e a caldo dice che «questa è un’operazione di vecchio stampo democristiano nella quale si incrociano i voleri del Vaticano e di altri all’estero. Perché fino a un minuto prima del voto, Andreotti aveva garantito il suo appoggio». Ma è come se il vicepresidente dei senatori dell’Ulivo non sapesse o non sentisse i sussurri provenienti dai banchi della maggioranza, dove alcuni suoi alleati ragionavano più o meno come Berlusconi, secondo cui «a Prodi l’hanno fatta pagare perché con le sue mosse di potere ha pestato i piedi a troppi. A partire da D’Alema». Ma nessun leader ha il tempo e la voglia di intrattenersi sulla questione, se cioè il voto di palazzo Madama sia stato il frutto di una trappola, o se invece sia stata la semplice dimostrazione che al Senato il centrosinistra non dispone di una maggioranza.

          La crisi è al buio. E al buio si muovono tutti gli attori. Basti pensare alle consultazioni riservate di Fassino, che subito dopo il crac del governo chiama Casini per chiedergli una disponibilità ad allargare la maggioranza: «Non se ne parla, a meno che non mettiate sul tavolo la testa di Prodi». Fassino è lo stesso che qualche ora dopo annuncerà a Di Pietro la volontà dei Ds di «finirla immediatamente con un inutile stillicidio. Meglio sarebbero le elezioni anticipate». E intanto si avviano trattative parallele, alcune di una certa consistenza, con Follini e Lombardo, per esempio. Prodi vede nei due centristi una ciambella di salvataggio per il Senato: «O c’è un fatto nuovo e riusciamo ad allargare la maggioranza — commentava a tarda ora con alcuni ministri — o restano solo le elezioni anticipate».

          D’altronde il quadro è chiaro, come ha spiegato ieri a muso duro la Finocchiaro al vertice dell’Unione, «se ancora non ve ne siete resi conto, al Senato non siamo più maggioranza». Prodi è imprigionato a questo schema, anche se lo stesso Berlusconi misura l’impotenza di leader dell’opposizione, perché Casini si muove per conto proprio e non gli offre la sponda, almeno non al momento. E allora non ha senso giocarsi ora i nomi di Marini o Dini per un eventuale governo di larghe intese. La palla sta nel campo avverso, dove al buio si sentono cose strane. Una di queste Di Pietro l’ha raccontata ai suoi, dopo la riunione di maggioranza e quella del governo: «C’è stato chi ha proposto un esecutivo con i quattro maggiori partiti. E Prodi si è infuriato. Casini no, non viene. Pare abbia chiesto per sé la presidenza del Consiglio».

          Non esiste. Come non esistono le elezioni. Anche perché Prodi non intende lasciare palazzo Chigi, anzi ha persino proposto un «governo del presidente» con pochi ministri e un gruppetto di sottosegretari. Proposta respinta al mittente, al pari di un’altra sua idea — buttata lì in Consiglio dei ministri — quella cioè di «un grande partito democratico dall’Udeur a Rifondazione». In questo caso il silenzio che è seguito non era di assenso, ma di stupore generale. E mentre si susseguono voci e proposte, Mastella cova il sospetto che qualcosa di vero ci sia nel pissi-pissi di Palazzo, e che D’Alema stia «inciuciando per farci fuori» con il Cavaliere. È dalla riunione di governo che non smette di pensarci, da quando ha avuto un alterco con il titolare della Farnesina. «Non ci sono le condizioni per andare avanti», ha detto D’Alema. E Mastella: «Scusa Massimo, stai dicendo che non c’è più nulla da fare? Perché se qualcuno pensa a un governo di larghe intese per fottere i partiti piccoli con una nuova legge elettorale, siamo al liberi tutti».

          Non è stato l’unico scontro che il ministro degli Esteri ha sostenuto. Già prima si era rivolto con durezza verso altri colleghi: «Se Prodi andasse al Senato per chiedere la fiducia, sarebbe come giocare alla roulette russa. E se sul decreto per le missioni militari mancasse la maggioranza? Avremmo chiuso per sempre, ve ne rendete conto. Eppoi, diciamocelo francamente, dov’è la maggioranza? Tu, Di Pietro, ti sei perso dei pezzi per strada. E anche tu, Pecoraro Scanio. E voi di Rifondazione, caro Ferrero». «Mica possiamo ammazzarli di botte i nostri», ha risposto il ministro del Prc. «Il fatto è — ha ripreso D’Alema — che voi avete creato le condizioni di questo sfilacciamento, alimentando un clima che non siete poi riusciti a governare con quei pazzi…».

          D’Alema schierato al fianco di Prodi ha destato sensazione a molti, anche a Rutelli, che certo aveva riconosciuto «la crisi politica della maggioranza», ma proponeva di andare al Senato per chiedere la fiducia, «per non dare la sensazione che l’alleanza si sia già consumata»: «Credo sia meglio non passare per le dimissioni del premier, perché non è con le consultazioni che si allarga il consenso». Invece Prodi ha deciso, «così non posso andare avanti», e giù lamentele «sui comportamenti di questi mesi che hanno indebolito il governo»: «Ora è inutile fare appelli alla solidarietà, la verità è che mentre io mi prodigavo a tenere in piedi la coalizione, non c’è stato giorno senza un distinguo, senza un "non ci sto". Se torno, non vorrò più vedere scene come quelle sull’indulto, o esponenti di governo alle manifestazioni». Prodi tornerà, così pare. Certo anche a lui ieri ha fatto sensazione vedere D’Alema così solidale.