“Governo” Sindrome campana (A.Minzolini)

12/01/2007
    venerdì 12 gennaio 2007

    Prima Pagina (segue a pag.5) – Primo Piano

      Sindrome campana

        La pattuglia sperduta
        di Quelli che le riforme

          Augusto Minzolini
          inviato a Caserta

            Due giorni fa il capo dei mastelliani alla Camera, Mauro Fabris, con una frase breve spiegava la filosofia di governo che uscirà dalla megariunione dell’Unione nella Reggia di Caserta: «Tra l’andamento del deficit al ribasso e la riduzione del fabbisogno statale abbiamo tanti soldi da spendere… ci siamo capiti?».

              No, non c’è da scomodare gli effetti speciali delle scene di «Mission Impossible» proprio qui perché il «gotha» del centro-sinistra italiano per uscire dalla crisi di consenso in cui versa non è in vena di cimentarsi con i rischi dell’innovazione ma è tentato di tirar fuori una vecchia ricetta che per anni ha mandato avanti i governi dc e che, specie da questi parti, è stata ripresa pari pari dalle giunte dell’Unione: interventi e investimenti a prescindere da ogni logica di razionalizzazione ed efficienza.

                Saranno le mozzarelle di bufala o il dialetto napoletano di queste parti ma il vertice dell’Unione ieri ha dato l’impressione di preferire addirittura il «modello campano» a quello «emiliano». Insomma, nel paese che ama i paradossi, si scopre che un personaggio messo in croce più volte negli ultimi mesi come Antonio Bassolino può addirittura diventare un «modello».

                  In fondo lui e il Massimo D’Alema di oggi hanno avuto un percorso inverso ma con un approdo identico: il primo partito dalle sponde dell’utopia di classe ingraiana per arrivare a privilegiare la gestione tanto da accettare il paragone con quel maestro del settore che fu Paolo Cirino Pomicino; il secondo si è lasciato alle spalle quello che fu denominato il «riformismo dalemiano» per privilegiare una logica che predilige il governo per il governo, una filosofia che un suo ex-seguace come Giuseppe Caldarola paragona al «doroteismo di sinistra».

                    Il vertice di Caserta di ieri è stato l’immagine di questa metamorfosi. Romano Prodi ha rinviato di fatto il tema delle pensioni e ha giudicato «virtuale» e «improponibile» la divisione tra riformisti e conservatori, tra moderati e massimalisti: «Facciamola finita una volta per tutte con queste divisioni artificiali». Massimo D’Alema ha abbracciato l’orizzonte di Rifondazione: il problema non è l’aumento delle pensioni ma l’aumento dei salari. Senza l’aumento dei salari non si rilanciano i consumi. Dandone una chiave di interpretazione squisitamente politica: attenzione alla perdita di consenso perché è difficile recuperare. E concedendosi una tiepida critica al governo: «Nella scelta delle priorità c’è stata un po’ di confusione». Il Piero Fassino di ieri non era neppure il lontano parente del Fassino Piero, fervente riformista, della scorsa settimana. Ha fatto ammenda: «Io non ho parlato di fase due perché la Finanziaria ci sta facendo perdere consensi ma per valorizzarla». Eppoi sulle pensioni ha coniato una formula che il segretario di Rifondazione, Franco Giordano, il vincitore di Caserta secondo il socialista Boselli, nella sua magnanimità ha subito definito una possibile mediazione: «Bisogna coniugare equità ed innovazione».

                      Già, sull’altare del «doroteismo di sinistra» i diessini hanno messo in archivio anche la divisione tra riformisti e massimalisti coerenti con la preghiera che il ministro Pierluigi Bersani qualche giorno fa aveva rivolto a uno dei vertici di Rifondazione: «Il povero Piero (Fassino, ndr.) va aiutato». Anche Bersani ha evitato lo scontro con Rifondazione e si è rifugiato nei soliti discorsi di principio: «Nella formazione di questo governo c’è stata troppa invadenza dei partiti».

                        Così la bandiera del riformismo è stata tenuta alta solo dall’area socialista e laica. Giuliano Amato ha riproposto il tema delle pensioni: «E’ dietro l’angolo e va risolto». Emma Bonino e Bobo Craxi hanno chiesto più coraggio. Enrico Boselli e Marco Pannella hanno contestato Prodi per aver derubricato dal vertice la questione dei Pacs: «Ogni giorno – ha sbottato il primo – ci viene dettata l’agenda politica da autorevolissime personalità della Chiesa». Mentre il moderato per antonomasia, Rutelli, è stato cauto. Ha rilanciato tiepidamente le pensioni ma è stato morbido sul resto: «Malgrado le differenze stiamo insieme. Ora dobbiamo sfruttare le divisioni che ci sono nel centro-destra tra Casini e Berlusconi». Una frase lanciata lì per coltivare ancora la speranza di un allargamento della maggioranza sul versante moderato. L’unico che è andato giù duro è stato il ministro delle Telecomunicazioni, Paolo Gentiloni: «Non siamo ipocriti, la divisione tra moderati e radicali esiste. E’ il problema politico di questo governo».

                          Ma è rimasto lui solo. Gli altri hanno fatto spallucce. «Siamo tutti – è la formula pigliatutto di Pecoraro Scanio – riformisti radicali». «E’ una divisione surreale – gli è andato dietro il segretario del Pdci, Diliberto -, il nostro elettorato non è deluso per le pensioni, ma perché ci siamo dimenticati il conflitto di interessi e i fischi di Mirafiori». Clemente Mastella, che di certi nominalismi se ne infischia, ha invece investito di improperi Giuliano Amato per un’ipotesi di legge elettorale sui Comuni che reintroduce lo sbarramento: «Tu fai il furbo», lo ha minacciato. E l’accusato si è difeso: «Guarda che non hai capito neanche la storia della Convenzione sulla legge elettorale che i giornali hanno male interpretato». Comunque non sono questi i problemi. Il collante d’ora in avanti sarà la «spesa», pardon la «crescita», la chiave per ritrovare il consenso come per i governi dc. Padoa-Schioppa, consapevole dell’aria che tira, fino qualche giorno fa non voleva neppure parlare a Caserta. C’è voluta tutta la pazienza del ministro Santagata per convincerlo. E ieri, alla fine, è stato Padoa-Schioppa ad ipotizzare la creazione di una cabina di regia a Palazzo Chigi sulla politica economica.