Governo-sindacati, sulle pensioni si può stringere

20/06/2007
    mercoledì 20 giugno 2007

    Pagina 5 – Primo Piano

    Governo-sindacati, sulle
    pensioni si può stringere

      Bonanni: ottimismo, ma basta con il terrorismo dei numeri. Padoa-Schioppa assente all’incontro

        Mario Sensini

        ROMA — L’incontro è andato bene, nonostante i timori della vigilia. Domani il governo e le parti sociali torneranno a vedersi a Palazzo Chigi per proseguire il negoziato sulle pensioni ed il governo dovrebbe mettere nero su bianco le sue proposte. Non ci dovrebbero ancora essere indicazioni formali sul superamento dello scalone e sui nuovi coefficienti, ma la sensazione è che l’accordo sia possibile anche su quei due aspetti che rappresentano il vero nodo del negoziato. Romano Prodi vuole fare in fretta, e anche il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, ammette che la trattativa «non sta andando male, anzi benino».

        Bene non era iniziata. Le cifre sui costi enormi dell’abbattimento dello scalone (10 miliardi in 10 anni, solo nell’ipotesi graduale) che ieri campeggiavano sui principali quotidiani, attribuite al Tesoro, avevano fatto arrabbiare moltissimo i sindacati e non solo. «Così cominciamo malissimo» aveva detto in mattinata il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, mentre il ministro del Lavoro, Cesare Damiano, non nascondeva il suo disappunto. A incontro concluso, anche Palazzo Chigi ha voluto far sapere di «non aver gradito» la pubblicazione di quei numeri.

        Ieri, però, Padoa-Schioppa al tavolo di Palazzo Chigi non c’era, trattenuto al Senato, e le tensioni si sono stemperate. Romano Prodi ha aperto l’incontro chiedendo a tutti di abbandonare «posizioni precostituite per dare una risposta veloce al Paese che attende le linee dello sviluppo. Milioni e milioni di italiani aspettano una risposta. Vi chiedo un ritmo pressante: la trattativa è fatta per trovare la soluzione, ma la decisione va presa molto, molto velocemente» ha detto il premier ricordando la prossima scadenza del Dpef, il 28 giugno.

        Il governo ha messo sul piatto 2,5 miliardi, per l’aumento delle pensioni più basse, i nuovi ammortizzatori sociali (aumento dell’indennità di disoccupazione) e il welfare dei giovani. I sindacati ieri hanno chiesto all’esecutivo l’adeguamento anche delle pensioni superiori al minimo, la detassazione degli aumenti salariali e di abbandonare la strada della fusione degli enti previdenziali. Domani, dunque, il governo presenterà formalmente le sue proposte. Lunedì 25 il governo tornerà a riunirsi con i capigruppo della maggioranza per fare il punto sulle risorse disponibili, il famoso «tesoretto», dopo i risultati dell’autotassazione.

        Poi inizierà il rush finale, con un nuovo incontro con le parti sociali e, venerdì prossimo, il varo del Dpef con le linee dell’accordo. Se le trattative sotterranee in corso con i sindacati dovessero andar bene, in quel momento nell’accordo potrebbero confluire anche le soluzioni per il superamento dello scalone e i nuovi coefficienti.

        I sindacati insistono che i costi delle due operazioni non li riguardano. «Noi abbiamo già accettato un aumento dei contributi del lavoro dipendente pari a un miliardo l’anno. In dieci anni sono dieci miliardi, lo scalone noi lo abbiamo già pagato» ha detto Epifani. Secondo il quale ogni accordo dovrà prima essere approvato dal Consiglio dei ministri, quindi da tutto il governo, poi esaminato dai lavoratori e, infine, approvato. «L’aumento dell’età pensionabile si può fare solo su base volontaria, ma sarà la riduzione delle tasse sul lavoro a decidere la qualità dell’accordo » ha detto Luigi Angeletti della Uil, ribadendo la richiesta di detassare gli aumenti salariali.

        La prospettiva di rivedere lo scalone, ovviamente, non piace a Confindustria. «Non è né una priorità né una necessità» ha detto il direttore generale, Maurizio Beretta. «Le pensioni — rincara il presidente Luca di Montezemolo — sono una bomba a orologeria per il Paese. Bisogna evitare che si affrontino i problemi pesando ulteriormente sulla spesa pubblica. In Europa nessun Paese ha pensionati con meno di 60 anni».