“Governo” Scenari: scommessa sulla crisi irrisolta

28/02/2007
    mercoledì 28 febbraio 2007

    Pagina 7 -Primo Piano

    E Silvio scommette
    sulla crisi irrisolta

      “Incalziamo sui Dico, Pallaro e Andreotti in futuro vacilleranno”

        Retroscena
        I prossimi scenari

        Augusto Minzolini

        ROMA
        In un angolo della buvette di Palazzo Madama Rocco Buttiglione decritta quello strano gioco italiano che è la «crisi irrisolta», cioè una crisi di governo che si chiude esattamente allo stesso modo di come è stata aperta senza risolvere i problemi che l’hanno provocata. Il personaggio è adatto: è un esperto di Chiesa, cioè di quell’istituzione che ha dimostrato ancora una volta di poter disfare governi; ed è un cultore di complotti e ribaltoni (il pranzo di Gallipoli con Massimo D’Alema che preparò la crisi del primo governo Berlusconi fu farina del suo sacco). «Follini è andato di là – esordisce – certo, ma se noi avessimo voluto molti di loro sarebbero venuti di qua. Solo che Berlusconi non era convinto dell’ipotesi di un governo di larghe intese. E quando ha parlato di elezioni anticipate e poi ha smentito con poca convinzione, ha ricompattato gli altri. La vera crisi ci sarà a luglio quando sarà impossibile andare alle urne. E una cosa ve la posso dire: anche D’Alema e Rutelli saranno contenti quando verrà fuori una soluzione diversa dal governo Prodi. Per cui questa è una crisi “aggiornata”. Lo dimostra il «bis-pensiero» di Prodi su ogni problema: pensa una cosa e il suo esatto contrario».

          L’analisi di Buttiglione va tarata visto che è svolta da un esponente dell’opposizione, ma, a parte questo, una sua fondatezza ce l’ha. Ieri bastava lanciare un’occhiata all’aula del Senato, o aggirarsi tra i sontuosi saloni di Palazzo Madama per comprendere che la crisi, al di là dell’esito del voto di fiducia di oggi, è ancora irrisolta. Sui banchi della sinistra massimalista due senatori, Franco Turigliatto e Fosco Giannini, seguiti da altre due senatrici, hanno evitato ostentatamente di applaudire Romano Prodi. Domenico Fisichella, il presidente di An passato nelle ultime elezioni alla Margherita, sembra aver intrapreso un cammino a ritroso: «Il discorso di Prodi? Non mi faccia parlare. Domani voto la fiducia ma poi vediamo…». Il vicepresidente del Senato, l’irrequieto ds Gavino Angius, ha così descritto il futuro del governo: «Un terno al lotto ma lo sapevamo anche prima». Mentre uno dei padri nobili del centro-sinistra, Antonio Maccanico, già sogna equilibri diversi: «Il quadro è fragile. Il voto sulla fiducia potrebbe anche andare bene, ma il problema è dopo. E’ il momento della capacità politica e della fantasia. Sul piano tecnico le larghe intese già ci sarebbero…». E anche D’Alema ieri si affidava più alla filosofia che non all’entusiasmo: «Se va bene? Beh, diciamo di sì… ogni giorno ha la sua pena».

            Altro che il «nuovo slancio» di cui parla Romano Prodi. Tutto sembra essere tornato al punto di partenza, alla settimana scorsa, quando la crisi si è aperta. Le incongruenze sono tutte lì, non ne manca una. Due dibattiti al Senato (sulla mozione Parisi e sulla mozione D’Alema) e una «crisi» di governo non sono riusciti ad evitare il rischio delle «maggioranze variabili» sull’Afghanistan. Se poi laggiù, in quello scenario che sembra sempre più critico, i nostri soldati fossero vittime di un tragico episodio, l’attuale maggioranza non reggerebbe un minuto: «Il problema – ammette il capogruppo di Rifondazione Russo Spena – è questo fattore esterno: perché toccherebbe il Dna pacifista della sinistra radicale».

              Ed ancora. Il segretario di Rifondazione, Franco Giordano giudica il discorso di Prodi «equilibrato», il braccio destro di Mastella Stefano Cusumano ne loda, invece, «lo schema centrista, democristiano». Non parliamo poi di Tav, pensioni e liberalizzazioni: nella maggioranza c’è una babele di linguaggi. E i Dico? Ieri il Professore non ne ha parlato proprio, «ma oggi – osserva il portavoce, Silvio Sircana – l’opposizione ce lo metterà tra i piedi e noi diremo: “quello che dovevamo fare lo abbiamo fatto. Lo abbiamo spedito con il francobollo in Parlamento”».

                Insomma, il quadro è fragile e la crisi, nei fatti, «irrisolta». Se ne è accorto anche Silvio Berlusconi. «Prodi – ha spiegato ai suoi – è una povera anima. E’ stato commissariato, non può essere chiaro su nessun argomento. Appena si muove cade. E anche se supera il voto di domani uno, due, quattro mesi va in crisi di nuovo. Nel dibattito dovete incalzarlo sui Dico perché Andreotti e Pallaro (ieri Berlusconi ha avuto un lungo colloquio con il senatore argentino, ndr) potrebbero restare insoddisfatti della sua posizione incerta sull’argomento. E comunque mettiamoci in testa una cosa: se cade oggi oppure tra un mese non possiamo chiedere le elezioni perché Napolitano non ce le darebbe».

                  Già, anche per il Cavaliere la «crisi» è irrisolta. L’unico che tenta di tenere tutto insieme è il Professore, con encomiabile testardaggine. «Noi vogliamo andare avanti – diceva ancora ieri – se qualcuno non lo vuole lo dica». Appunto, il Professore non demorde. Anche se i segretari dell’Unione nel vertice di qualche giorno fa non hanno voluto firmare il documento con i dodici punti, lui non demorde. Non si fa intimidire, semmai intimidisce. «Nel centrosinistra – spiega da giorni Pier Ferdinando Casini che è in contatto con tutti – sono tutti prigionieri di Prodi: da D’Alema, a Rutelli, a Fassino. Tutti hanno paura di lui». Questo, però, non toglie nulla alla fragilità del suo governo e della sua maggioranza: «Se al Senato – promette Gianfranco Fini – la maggioranza non potrà contare su 158 voti di senatori eletti, Prodi avrà i suoi guai».

                    Così sotto sotto continua la guerra dei numeri. Il centro-destra spera in un ravvedimento di Pallaro. L’uomo dei numeri di Mastella, il senatore Tommaso Barbato, confida invece in qualche altra sorpresa: «Il centro-destra non avrà De Gregorio che è all’ospedale, ma mancherà anche su un senatore dell’Udc, il folliniano “coperto”, che si darà malato». Quindi siamo al governo aggrappato a Pallaro e al cambio di casacca di Follini. «Era una cosa che proprio non mi aspettavo – spiega con delusione Fini -: per anni ci ha raccontato che voleva mettere in crisi questo bipolarismo muscolare e invece ora ne è diventato l’ultimo puntello. Inspiegabile». Inspiegabile sì, almeno con le categorie della politica. «Ormai – osserva l’azzurro Osvaldo Napoli – è un caso umano: dietro alla sua scelta ci saranno problemi di collegio o di famiglia».