“Governo” Romano, il giorno più lungo

26/01/2007
    venerdì 26 gennaio 2007

    Pagina 3 – Primo Piano

    Retroscena
    Lo slalom tra le insidie del Professore

    Romano, il giorno più lungo
    «Ma voglio proprio vedere
    chi ci manda tutti a casa»

    FABIO MARTINI

    ROMA

    Doveva essere il Consiglio dei ministri più insidioso nella storia del governo Prodi, ma appena si è svegliato il Professore ha confidato la sua certezza di uscirne vivo: «Chi rischia di mettersi in una situazione difficile è chi fa il fenomeno…». Non è chiaro a chi si riferisse il Presidente del Consiglio nella sua chiacchierata mattutina, ma una cosa è certa: in questi due ultime, difficilissime giornate la fronda dei tre partiti della sinistra radicale sull’Afghanistan non lo ha mai preoccupato fino in fondo: «Che si assumano la responsabilità di far cadere il governo, io non ci credo proprio…». E con quella sua algida capacità di astrarsi, di non farsi annegare dall’ansia, a metà mattinata il presidente del Consiglio ha lasciato staff, telefonino e ministri ed è andato ad incontrare il primo ministro della Repubblica Socialista del Vietnam Nguyen Tan Dung. E subito dopo si è prodotto persino in una conferenza stampa congiunta col collega vietnamita.

      Con la certezza di farla franca e anzi di uscire rafforzato dal suo “giorno più lungo”, alle 16,15 Prodi è entrato nel salone del Consiglio dei ministri, sospettando – come poi è stato – di dover affrontare un interminabile Consiglio dei ministri (alla fine 7 ore), ma convinto che pure sul capitolo delle liberalizzazioni, alla fine si sarebbe trovata «una quadra». Un ottimismo risaputo quello del Professore, sempre a suo agio quando si tratta di tirare la corda, mettendo i suoi alleati nella difficile condizione di romperla loro. Ma è pur vero che mai, in questi otto mesi, il governo era apparso così diviso da dissociazioni a tutto campo: a destra sui Pacs, a manca sulla politica estera, al centro sulle liberalizzazioni, tutti ad alzare la propria bandiera, in quella che la “Velina rossa”, l’agenzia vicina a Massimo D’Alema, ha definito la «fiera delle gelosie e delle vanità».

        Certo, la giornata non si era aperta col sole. A Prodi non era per nulla piaciuto che Francesco Rutelli avesse fatto trapelare sui giornali il suo pensiero sul “pacchetto” Bersani, definito «ridicolo» perché limitato a parrucchieri e benzinai. Dopo la chiacchierata con Prodi, il vicepremier della Margherita smentiva quel che gli era stato attribuito e poi, dopo ulteriori, faticose messe a punto col ministero dello Sviluppo economico, per il resto della giornata Rutelli lavorava per la riuscita del Consiglio del pomeriggio, mentre un analogo, congiunto lavorio vedeva impegnati il ministro degli Esteri Massimo D’Alema e quello della Difesa Arturo Parisi sul fronte delle missioni militari.

          Un lavoro istruttorio che è servito a sminare la temuta seduta del Consiglio. Paradossalmente l’unica vera, accalorata discussione si è concentrata sull’Aci, per la quale Rutelli immaginava un processo di privatizzazione, con Clemente Mastella che spingeva per uno snellimento delle attuali procedure, interventi di vari ministri e con Giulio Santagata che ha chiesto a tutti: «Ma qualcuno di voi ha mai tentato di vendere un’auto di seconda mano?». Sulla controversa questione del mercato del gas, la proposta di Francesco Rutelli di «separazione proprietaria» della rete all’interno di Snam Rete Gas è stata rallentata dal fronte della sinistra radicale, anche se il vicepremier si è visto approvato il suo “pacchetto” quasi integralmente. Annunciata la divisione sulla questione-Afghanistan, anche se il ministro della Difesa Parisi ci ha tenuto a puntualizzare: «La credibilità di un Paese si vede nell’assunzione delle responsabilità e nel rispetto degli impegni assunti, specie in ambito Onu» e «i soldati hanno il diritto di sentire alle loro spalle un Paese unito». E Prodi ha chiuso con una chiosa che apre la strada alla convergenza in Parlamento della sinistra radicale: «La politica estera italiana all’estero è completamente cambiata, Ora siamo impegnati solo in operazioni multilaterali, siamo rientrati dall’Iraq e chiediamo la moratoria della pena di morte. E’ un cambiamento radicale». Prima che finisse il Consiglio, Pier Luigi Bersani faceva trapelare in anticipo il suo «compiacimento», ma pochi minuti dopo arrivava una dichiarazione di Renzo Lusetti della Margherita che provava a “ribattezzare” come «pacchetto Rutelli-Bersani» i provvedimenti di liberalizzazione.