“Governo” Romano il doroteo e la vittima Fassino

09/01/2007
    martedì 9 gennaio 2007

    Pagina 5 – Primo Piano

    Retroscena
    Il duello aperto

      Romano il doroteo
      e la vittima Fassino

        Augusto Minzolini

        ROMA
        Ha riunito i ministri e il vertice Ds al Parco dei Principi, un hotel con un passato nella storia delle correnti democristiane e parola per parola, concetto dopo concetto Piero Fassino ha ripetuto le sue paure sul futuro, quelle che appena 24 ore prima Romano Prodi aveva liquidato alzando le spalle. «Dobbiamo – ha spiegato – dare una svolta alla politica del governo, fare un salto di qualità perché il Paese non ci capisce più e voi che siete i ministri di questo partito dovete farvi carico di queste preoccupazioni…Rischiamo un cortocircuito anche con il nostro elettorato…Forse drammatizzo la situazione se dichiaro che ci giochiamo tutto in cinque mesi, ma si può commettere un errore ben più grave di quello di drammatizzare: quello di sottovalutare…».

          Gli altri lo hanno ascoltato, hanno annuito ma non lo hanno assecondato. O meglio gli hanno detto che ha ragione, ma vuoi per ruolo, vuoi per realismo, vuoi per convinzione hanno predicato anche prudenza. Insomma, siamo arrivati al «riformismo prudente». «Certo dobbiamo fare un passo in avanti – ha spiegato Massimo D’Alema, nel ruolo ormai acquisito di pompiere – ma dobbiamo stare attenti a dove andiamo a parare, a non mettere a repentaglio il rapporto con Prodi, a non indebolire questo governo. Se non teniamo noi questa maggioranza non regge. Dobbiamo esercitare un ruolo di grande stabilità». E ha fatto presente Angela Finocchiaro, dalemiana e capogruppo dell’Ulivo a Palazzo Madama: «Non dimentichiamo che al Senato non abbiamo quasi più la maggioranza».

            Già, ormai il chiodo fisso di «Baffino» è quello di preservare l’attuale equilibrio politico a qualunque costo. E a ben guardare, ieri all’Hotel Parco dei Principi ds è andata in scena la stessa dialettica che caratterizzava il confronto dentro la Dc tra chi stava al governo e chi stava fuori, con le stesse liturgie del detto e non detto. Tant’è che per tradurre quel rituale antico adottato dall’Unione e dai Ds bisogna ricorrere alla Velina Rossa, ultimo baluardo dell’ortodossia dalemiana contro gli eretici che sono fuggiti (Nicola Rossi) e quelli che sono rimasti (Peppino Caldarola): «Se Fassino parlando di riformismo – osserva l’organo di «baffino» – chiede in realtà un rimpasto di governo, si rivolga direttamente a Prodi».

              Un’accusa – perchè di questo si tratta – spietata e, in fondo, ingenerosa nei confronti del segretario diessino. Anche perché quello che rischia più di tutti in questa fase è proprio l’alto ed esile pioppo che guida la Quercia: si è gettato in prima persona nell’avventura del Partito democratico che ha difficoltà a far decollare e che, comunque, non sarà lui a guidare; rischia un’altra scissione; e se non cambiano le cose, secondo i sondaggi, potrebbe diventare il capro espiatorio di un insuccesso dei ds nelle prossime amministrative. Solo che Prodi ha a che fare con una situazione difficile, in cui per andare avanti nella navigazione ha bisogno di ogni voto a disposizione, sia riformista o massimalista. Al Professore interessa tenere tutto insieme, magari usando il collante del Potere. Non per nulla le vere battaglie dentro il centro-sinistra si sono svolte su argomenti come le fusioni bancarie o il futuro di Telecom. Ecco perché dentro l’Unione è tornato in voga, sul versante dei riformisti più intransigenti come su quello dei massimalisti più duri, un termine mutuato dalla storia scudocrociata: doroteismo, in una sua particolare accezione, cioè l’interpretazione della politica come pura gestione del potere. «Si sta affermando – spiega Giuseppe Caldarola – una sorta di doroteismo di sinistra. Non ci sono riforme da proporre. Prodi non ne indica una. L’importante è restare lì a governare magari facendo una serie di manifestazioni mediatiche come quella di Caserta e scansando i problemi perché sono insormontabili. Quando, invece, per citare Nicola Rossi, la politica non è pagata per raccontare gli ostacoli che incontra ogni giorno ma per superarli. E tutti guardano a questo immobilismo con distacco, sperando, come D’Alema, ad un approdo istituzionale: se non è stata la presidenza della Repubblica sarà un ruolo internazionale, chessò, la Commissione Europea o l’Onu».

                Di «doroteismo» parla stranamente anche il capogruppo del Pdci alla Camera Marco Rizzo proprio mentre Franco Giordano detta i suoi veti sull’agenda di Caserta e a sinistra di Rifondazione nasce un altro partito, il pdAc. «Il doroteismo – puntualizza Rizzo – nella dc aveva una logica. Nella sinistra, invece, è un viurus letale. Vogliamo dirci la verità: questo governo fa schifo, mi chiedo doveva essere un governo di sinistra ad introdurre la previdenza privata? Ma può fare questo ed altro perché intanto Rifondazione non se ne andrà mai visto che tra parlamentari, portaborse, assessori e consiglieri ha cinquecento persone che vivono di questo sistema. La verità è che non ci sono più idee in giro, bisogna rifare il Pci».