“Governo” Romano: basta vivacchiare

22/02/2007
    giovedì 22 febbraio 2007

    Pagina 3 – Interni/Primo Piano

    Romano: basta vivacchiare

      FABIO MARTINI

      ROMA

      Si era seduto al tavolo da pranzo più tardi del solito, il Professore stava spezzando un pezzo di pane e proprio mentre stava per metterlo in bocca, una telefonata urgentissima dal Senato gli annunciava: «Siamo andati sotto!». E lui, stringendo la bocca: «Ragazzi, stavolta è inutile girarci attorno: io non ci sto a vivacchiare, mi dimetto e si apre una vera crisi di governo, così si chiarisce tutto alla luce del sole». Sono le 14,45, attorno a Prodi, nella penombra della sala da pranzo nell’appartamento del Presidente a Palazzo Chigi, c’è soltanto Sandro Ovi, il consigliere economico, l’amico di una vita. E la reazione immediata e orgogliosa di Prodi, tipica del personaggio, non è soltanto istinto. Da almeno un mese, nelle chiacchierate informali con i suoi, Prodi aveva iniziato a prendere confidenza con l’idea di un «bagno» al Senato e due sere fa, tornando dal vertice italo-spagnolo di Ibiza, lo aveva detto chiaramente: «Se domani andiamo sotto, sappiatelo: io mi dimetto».

      Nell’immaginario di alcuni uomini di governo, nell’attesa del peggio, si crea una sorta di epica della caduta. E anche Prodi si era preparato alla «scena» della caduta. Così, quando via via sono arrivati a Palazzo Chigi Massimo D’Alema, Francesco Rutelli, Piero Fassino e ognuno di loro ha prospettato a Prodi l’idea di non dimettersi ma di salire al Quirinale e farsi rimandare alle Camere, la risposta è stata sempre più granitica: «Sentite, non si può continuare ad andare avanti così. Io l’ho detto tante volte perché ci credo: non sono l’uomo per tutte le stagioni». E dunque, per Prodi, «bisogna verificare se esiste una maggioranza solida e forte a sostegno del governo. Apriamo una crisi formale, lo verifichiamo, altrimenti per me non è un problema: io mi faccio da parte».

      Un forte orgoglio che Prodi, come racconta chi ci ha parlato, ha espresso anche con un ragionamento come questo: «Io ho battuto Berlusconi due volte, siamo andati due volte al governo e non penserete mica che ora posso prestarmi ad un’altra politica?». Naturalmente, per quanto attesa, la caduta è sempre una caduta e anche un personaggio che di solito ostenta serenità come Prodi, alla fine sbotta. Su Massimo D’Alema che due giorni fa aveva caricato di attesa il dibattito sulla politica estera, dicendo chiaro e tondo che il governo si sarebbe dimesso in caso di voto negativo, Prodi ha confidato una battuta ironica: «Ragazzi, se Massimo se l’è tirata!». Ma quando qualcuno dei suoi ha provato a sorridere sulle capacità di calcolo dei «professionisti della politica» o ad avanzare il dubbio di una manovra dalemiana, Prodi ha liquidato l’insinuazione con uno sguardo incredulo. Una lettura che è anche di Arturo Parisi, che nonostante la lontananza talora non solo fisica da Palazzo Chigi, resta il personaggio più vicino a Prodi e che ieri sera commentava con i suoi: «Quello di oggi non è un incidente e meno che mai un complotto. Il problema che abbiamo di fronte è trasparentemente politico e come tale va affrontato nelle sedi istituzionali. Io confido nella saggezza del Presidente Napolitano». E a fine serata, proprio questa era la linea decisa da Prodi: «Io penso che la maggioranza al Senato possiamo ritrovarla, ma dobbiamo renderla molto più coesa di prima. Sono disposto a restare se, e solo se, d’ora in avanti mi sarà garantito il pieno appoggio di tutti i partiti della maggioranza». Dunque, la scommessa del Professore è quella di provare a «blindare» la maggioranza, aprirsi di volta in volta agli apporti dell’opposizione, ma scartando ogni ipotesi di «allargamento all’Udc», altrimenti «si torna agli elettori». Prodi sa già che il primo assaggio, fatto ieri da Piero Fassino con Pier Ferdinando Casini è andato male. Dalle parti dell’Udc si pensa ad un «governo del Presidente», presieduto da una personalità come Massimo D’Alema o come Giuliano Amato, capace di prendere i voti anche di Forza Italia. E per quanto Prodi, prima di rinchiudersi nel suo appartamento di Palazzo Chigi, sia apparso pronto a dar battaglia, anche nell’entourage del premier si cominciava a ragionare sugli scenari possibili venturi. Per ora è soltanto una boutade, ma dalle parti di Palazzo Chigi pochi credono all’idea di un altro governo politico, ma semmai a quella di un governo tecnico alla Ciampi. Per fare la riforma elettorale e proseguire nel risanamento economico. Magari, scomodando il Governatore della Banca d’Italia.