“Governo” Pronto lo schema per la riforma delle pensioni

26/02/2007
    lunedì 26 febbraio 2007

    Prima Pagina (segue a pagina 10) – Economia

      Il governo propone anche assegni famigliari

        In pensione a 58 anni dal 2008 ecco le novità
        il governo scrive la sua riforma

          Aumenti per le fasce basse, nuovi coefficienti e ammortizzatori

            Roberto Mania

              ROMA – È pronto lo schema del governo per la riforma delle pensioni. Il negoziato con i sindacati partirà subito dopo il nuovo voto di fiducia al gabinetto Prodi. E si potrebbe assistere anche ad un´accelerazione: la crisi, infatti, ha rafforzato la linea di chi (il ministro dell´Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, in primis) punta a chiudere la partita in tempi rapidi, prima del prossimo appuntamento elettorale di maggio con le amministrative. E, dall´altra parte, sembra aver indebolito l´ala sinistra della maggioranza che anche sulla previdenza si apprestava a adottare una tattica difensiva, alzando veti e barriere.

              Ora, però, il baricentro della coalizione si è spostato a vantaggio della componente ulivista, e le pensioni potrebbero rappresentare la prova del nove di questo cambiamento. Marzo sarà decisivo, anche se la dead-line della fine del mese, prevista dal Memorandum firmato a settembre dello scorso anno tra governo e sindacati, è destinata ad essere superata.

              Il premier Romano Prodi ha voluto inserire nel suo dodecalogo un punto sufficientemente chiaro sulla previdenza: che andrà riordinata «con grande attenzione alle compatibilità finanziarie e privilegiando le pensioni basse e i giovani». La dinamica della spesa previdenziale, dunque, andrà mantenuta sotto controllo, perché questo impongono anche gli accordi sottoscritti a Bruxelles con l´Unione europea. Due le leve sulle quali agire: l´età pensionabile e i coefficienti di trasformazione, sulla base dei quali e, tenendo conto delle aspettative di vita, si calcola l´ammontare dell´assegno pensionistico. L´età vuole dire soprattutto lo "scalone", introdotto con la riforma Tremonti-Maroni, che dal primo gennaio del 2008 porta l´età minima per l´accesso alla pensione di anzianità da 57 anni a 60, e che – aspetto centrale – garantirà 150 miliardi di risparmi dal 2008 al 2025. Al posto dello "scalone" – seguendo l´impianto del governo – arriveranno gli "scalini". Dal 2008 l´età potrebbe essere fissata a 58 anni (con 35 di contributi versati) e poi salire gradualmente, accompagnata da un meccanismo di incentivi. La soglia a 57 anni più 35 di contributi dovrebbe restare per chi è occupato in un lavoro usurante o faticoso. Dopo la crisi, e le modalità con cui se ne dovrebbe uscire, si sono ridotti i poteri di veto di chi (da Rifondazione ai sindacati) chiedeva l´abolizione tout court dello scalone.

              Di certo saranno aggiornati i coefficienti di trasformazione perché senza questa operazione (doveva essere fatta già nel 2005 dal governo Berlusconi che però scelse di soprassedere) la Ragioneria generale dello Stato stima un´impennata del rapporto tra spesa previdenziale e Pil fino al picco del 15,8 per cento nel 2050 (con un balzo del due per cento rispetto al rapporto attuale). Nel governo sembra prevalere la linea del ministro del Lavoro, Cesare Damiano, che propone di escludere dal ritocco dei coefficienti i lavoratori più giovani che hanno una carriera discontinua e, dunque, un ammontare di versamenti troppo basso, tale da non garantire una pensione dignitosa (rischierebbero di ricevere un assegno tra i 400 e i 500 euro mensili). Proprio per questa tipologia di lavoratori si sta ragionando di introdurre i cosiddetti contributi figurativi a carico dello Stato, come già accade per le lavoratrici in maternità.

              Prodi vuole innalzare le pensioni basse (quelle legate al versamento di contributi diverse dalle minime che hanno natura assistenziale) che attualmente non superano i 400 euro al mese. I pensionati interessanti sono tra il milione e mezzo e i due milioni. Le risorse dovrebbero arrivare dal progetto di fusione degli enti previdenziali. I tecnici di Palazzo Chigi hanno stimato che dalla nascita del cosiddetto SuperInps (Inps, Inpdap, Enpals, Ipsema e Ipost) si potrebbero ricavare non meno di due miliardi di euro l´anno, escludendo in un primo tempo di coinvolgere nell´accorpamento anche l´Inail.

              In vista dell´avvio del confronto con i sindacati, e prima dello scoppio della crisi, Padoa-Schioppa e Damiano avevano anche concordato di gettare subito sul tavolo del welfare il tema degli ammortizzatori sociali. Per rendere più fluido il negoziato e far capire fin dall´inizio il progetto complessivo di riforma. L´ampiezza dell´azione dipenderà molto dalle risorse a disposizione. Ma il buon andamento delle entrate fiscali, il recupero di quelle contributive, e la lotta ai privilegi previdenziali, potrebbero favorire i primi passi per disegnare i nuovi ammortizzatori. L´idea è di introdurre un´indennità di disoccupazione per tutti coloro che perdono il lavoro, fissandola a circa il 60 per cento dell´ultima retribuzione, ma vincolandola alla disponibilità del soggetto a seguire corsi per la sua riqualificazione professionale. Sarebbe la prima tappa per passare ad una concezione attiva dello stato sociale, quello che gli anglosassoni chiamano il welfare to work.