“Governo” Prodi se ne va

22/02/2007
    giovedì 22 febbraio 2007

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      CRISI 2 TRADIMENTI, SFOGHI E ADDII NELLA SURREALE GIORNATA CHE HA AFFOSSATO IL GOVERNO

        Prodi se ne va, forse torna,
        ma a sinistra è notte fonda

        Stefano Cappellini

          Romano Prodi, Massimo D’Alema, un pallottoliere difettoso, un governo a terra. Gli elementi per un remake c’erano tutti già in partenza, la differenza rispetto al 1998 – esiti della crisi a parte, ancora imperscrutabili – è che stavolta Prodi e D’Alema hanno trovato il modo di scontrarsi prima ancora che il voto del Senato bocciasse le linee guida di politica estera del governo.

          È ancora prima mattina quando il premier si lamenta dell’aut aut pronunciato dal ministro degli Esteri alla vigilia del suo intervento a palazzo Madama («Senza una maggioranza autonoma, andiamo tutti a casa»). «Era proprio necessario?», è la domanda infastidita del Prof, convinto si sia trattato di una inutile, e rischiosa, esibizione muscolare. Il leader ds tiene il punto, coi suoi interlocutori rivendica forma e sostanza delle parole pronunciate, ma la verità è che già tutt’intorno a lui l’edificio di conti e previsioni costruito dalla maggioranza ha cominciato a creparsi. E D’Alema lo sa, anche perché il vicecapogruppo dell’Ulivo Nicola Latorre lo tiene informato sulla situazione. A metà mattina è già chiaro che il voto del Senato è appeso a un filo: un voto di qua ovvero di là può decidere la partita. Calcoli febbrili. Conti che si fanno e si disfano. Dai senatori non arriverà il solito pieno: Scalfaro è a casa con l’influenza. Cossiga è per il no. A destra e a sinistra si aprono falle. L’ex dipietrista De Gregorio annuncia che voterà con la Cdl. L’ex dilibertiano Rossi viene confessato dai capigruppo dell’Ulivo ma non desiste: si asterrà dal voto. Turigliatto riceve una tempestosa telefonata di Franco Giordano: «Se non voti sei fuori». Turigliatto non molla.

          La situazione è drammatica. D’Alema decide di forzare la mano: pronuncia un discorso teso, acceso e dai toni ultimativi. E ancor più affonda il colpo nella replica finale, quando è avvertito del fatto che non c’è stato verso di far rientrare il dissenso dei senatori Rossi e Turigliatto, e che l’ultimo conteggio dà centrodestra e centrosinistra in parità (che a palazzo Madama vale la bocciatura del governo): «È il momento – dice D’Alema nell’ultimo disperato appello – delle assunzioni di responsabilità. Chi è favorevole voti sì, ma chi è contrario alla nostra politica estera voti contro. Ora serve chiarezza». Nel frattempo si è mobilitato Fassino, che arriva a palazzo Madama dopo essersi speso per portare in dote al centrosinistra anche il voto del senatore a vita Sergio Pinifarina. Quando poi quest’ultimo si astiene insieme a Giulio Andreotti, determinando il patatrac, esplode il caso. Giovanni Russo Spena, che per tutta la durata della seduta ha fatto la spola tra i suoi banchi e quelli del governo, uscendo dall’aula si toglie un sassolino: «Poco prima del voto – dice il capogruppo comunista – mi è stato annunciato che un importante dirigente di sinistra aveva garantito sul sì di Pinifarina». Russo Spena non lo dice, ma quel dirigente è appunto Fassino e, mentre si concludevano le dichiarazioni di voto, dal gruppo dell’Ulivo era stato annunciato trionfalmente l’arrivo a palazzo Madama di Pininfarina sulla macchina messa a disposizione dal segretario ds (circostanza poi smentita dal portavoce di Fassino). Comunque siano andate le cose, è una disfatta. Per Prodi. Per D’Alema. Per il ministro Livia Turco, che appena fuori dall’aula incrocia Cossiga e gli dice: «Dovrai trovarti un altro ministro della Salute». In un colpo solo, governo e maggioranza non ci sono più.

          Il redde rationem si sposta nel pomeriggio a palazzo Chigi, dove Prodi, i due vicepremier, ministri e capigruppo si chiudono a consulto. Nella maggioranza si scontrano da subito due linee: i Ds si stringono intorno al loro ministro sfiduciato e si dichiarano subito per la crisi, Rifondazione comunista e i piccoli partiti (Pdci e Udeur, ma non lo Sdi) cercano di premere perché Prodi vada avanti e rilanci chiedendo la fiducia alle Camere. In mezzo ai due schieramenti, un cauto Francesco Rutelli, preoccupato dalle conseguenze di un precipitare della crisi.

            Ma un vero dibattito non decolla. Soprattutto perché Prodi non ha alcuna intenzione di ascoltare consigli. Quando nel primo pomeriggio il premier annuncia che alle 19 salirà al Quirinale da Giorgio Napolitano, rientrante in fretta e furia da Bologna, la sua decisione l’ha già presa: dimissioni.
            Il Prof è nero, deluso, amareggiato. Ma anche stizzito. Rinfaccia al partito Giordano di non aver saputo arginare mesi di guerriglia parlamentare.Ripete a tutti che «andare avanti così non è possibile». L’ipotesi di provare a sfangarla ripresentandosi in Parlamento,
            confidando nei numeri blindati della Camera e in un possibile ribaltamento al Senato, non lo sfiora nemmeno.Troppo alto il rischio di restare nel frattempo esposto a tensioni, ricatti, ultimatum: «Non starò
            lì a farmi logorare – si sfoga – meglio dare un taglio netto».
            Prodi lo spiega anche alla sua squadra di governo nel breve Consiglio dei ministri che precede la sua salita al Colle. Ringrazia tutti per il lavoro
            svolto e quando si alza il suo non è né un arrivederci né un addio. Perché, come si spiega nell’entourage del Prof, «a questo punto il corso delle cose
            non dipende più da noi. Abbiamo passato la palla agli altri». E se non dovesse più tornare tra i piedi del Prof? «È una delle possibilità».

            Di certo, tra chi consiglia prudenza al premier dimissionario non va annoverato il presidente della Repubblica. Al contrario di quanto raccontano alcune indiscrezioni che rimbalzano tra i palazzi della
            politica e il Transatlantico, da Napolitano non arriva alcuna moral suasion per invitare Prodi a più miti posizioni. Giura Silvio Sircana, portavoce del presidente del Consiglio: «Sono state le dimissioni più
            rapide della storia. Quando siamo arrivati era già tutto pronto per le formalità».

            A questo punto, dalle consultazioni che si avviano questa mattina può sortire qualunque soluzione, dal più scontato Prodi-bis a soluzioni che
            fino a qualche ora fa sarebbero apparse fantapolitica.L’Ulivo, che in serata si è riunito a vertice alla presenza dei suoi leader e dello stesso Prodi di ritorno dal Colle, è pronto a chiedere un nuovo tentativo per Prodi. Ma al Prof non basta come garanzia: cosa cambierebbe da qui alla metà di marzo, quando si dovrà votare il rifinanziamento della missione
            italiana in Afghanistan? Né è partita da palazzo Chigi alcuna mossa per allargare la coalizione imbarcando nuovi soci nella coalizione. «Non tocca a me risolvere la situazione», sibila il Prof ai suoi alleati. «Allacciate
            le cinture, si parte per destinazioni ignote», dice il dalemiano Latorre lasciando l’ultimo vertice. La notte non porterà consiglio.